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lunedì 5 settembre 2011

Recensione "L'uomo dal Campanello d'Oro" di Lavinia Scolari

Recensione "L'uomo dal Campanello d'Oro" di Lavinia Scolari (0111 Edizioni)







Fantasy e miti greci



Ciò che risalta subito di questo romanzo è il consistente numero di personaggi.
Il primo capitolo lo si potrebbe considerare un Prologo visto che introduce la storia di tre ragazzi, Circe, Edoardo e Clelia, la cui presenza aleggia nel corso dell'intera storia, ma che per gran parte del romanzo cede spazio a i veri protagonisti, ossia Cassandra, Leandro, Cloe e Verdiana. I quattro s'incontrano per la prima volta (s'incrociano, è proprio il caso di dirlo) dinanzi a un quadrivio: in una via c'è la dolce Cassandra, in un'altra la temeraria Verdiana, nell'altra ancora i fratelli Leandro e Cloe, mentre la quarta è percorsa da un misterioso giovane di nome Nereo. Egli possiede un carisma tale da convincere i ragazzi a seguirlo nella sua casa/castello senza troppe cerimonie (da parte sua) né dubbi (negli altri), tranne che per la timorosa Cloe che ha un brutto presentimento, ma è costretta a fare altrettanto per non abbandonare il fratello, anch'egli affascinato da Nereo. Nel castello, durante la notte, ogni singolo ragazzo prova l'ingiustificato bisogno d'incontrarsi col padrone di casa, e così accade: Nereo li incontra uno alla volta, e spinge ognuno a guardare una rovere e il raggrinzito volto dell'uomo intagliato nella sua superficie; quello è il vero volto di Nereo, un vecchio intrappolato nella rovere. Egli ha bisogno delle caratteristiche di ognuno dei quattro giovani per tornare uomo, anche se ciò comporta che vengano rinchiusi loro, nella rovere, ma fortunatamente si salvano grazie all'intervento di colui che è chiamato "l'uomo dal campanello d'oro".
Otto anni dopo i quattro ragazzi si riuniscono per discutere di ciò che accade quel giorno e risolvere il mistero dell'uomo dal campanello d'oro, ancora inconsapevoli che così scopriranno anche la verità su loro stessi...
Questa storia ricca di fantasia si lega ai miti delle leggende greche, dove i protagonisti, comuni ragazzi dei nostri giorni, non sono altro che il Riflesso dei Primi Nati (i miti, appunto) che si ritrovano a vivere come in una sorta di reincarnazione, in questo caso attribuibile al Tempo, o a chi per lui; là dove si decidono le vite mortali, infatti, c'è lo zampino di un impostore che vuole risvegliare l'antico spirito dei Nuovi Nati (i quattro protagonisti), non perché sia interessato alle loro vite, quanto piuttosto alla preziosa Lacrima che lasciano a seguito del Risveglio. Non rivelerò quale sia lo scopo finale di tutto questo, ho già anticipato abbastanza se consideriamo che le informazioni qui esposte sono rivelate col contagocce nel corso della storia, quindi stop! Ciò che muove la lettura di questo romanzo è proprio la curiosità e il relativo desiderio di scoprire ogni verità.
Per risalire a essa, il lettore deve destreggiarsi e concentrarsi un po' di più rispetto a un'opera qualsiasi. L'autrice, infatti, sperimenta una diversa struttura del romanzo, poiché lo suddivide in brevi testi che riportano le voci di ciascun personaggio, quindi il personale punto di vista di ognuno. All'inizio è un po' difficile entrare nell'ottica, ma ci si abitua anche relativamente presto, appena entrano in gioco i quattro protagonisti e la storia comincia a delinearsi con precisione.
Penso che questa particolare struttura sia un pregio del romanzo, non solo alla luce delle rivelazioni finali (bellissima idea!), ma perché è qui che si mostrano al meglio le capacità narrative dell'autrice: la cura nei dettagli è da applausi, perché "punto di vista" significa anche vedere in modo diverso le stesse cose, in base alla propria cultura e personalità. Ad esempio, nella scena della donna che piange sulla roccia, Verdiana riconosce il suo abbigliamento come un plepio, mentre Cloe lo definisce semplicemente "drappo bianco". Emerge così anche come siano curati i protagonisti, ognuno con il suo distinto carattere, ma devo ammettere che per i personaggi secondari la caratterizzazione si fa approssimativa, forse anche perché hanno meno voce in capitolo (anche letteralmente!).
Da un certo punto in poi, il testo si compone di vari dialoghi che ricordano lo stile della sceneggiatura: questa forma non mi è piaciuta, anche se capisco che derivi dalla scelta di distaccare il dialogo dalle voci narranti poiché avviene in un luogo estraneo ai protagonisti e tra personaggi a loro ancora sconosciuti, ma in compenso mi è piaciuto l'uso di un linguaggio che sa di antico (più evidente in Morfeo e Fàntaso), oltre al fatto che è proprio in quell'occasione che comincia a svelarsi qualcosa di più in merito alla faccenda.
A proposito del linguaggio, questo romanzo mi ha colpito anche in termini di scrittura: un linguaggio ricercato che sa essere comunque facilmente comprensibile.
Ho invece trovato macchinosa la suddivisione del romanzo in tante parti a loro volta suddivise in capitoli, dove i capitoli hanno titolo e sottotitolo; eppure è una bella idea quella di basarli sui rintocchi del campanello.
Altro aspetto degno di nota, la fantastica (in entrambi i sensi) combinazione di oggetti quali il libro, la piuma e la tela; poetica la pioggia sul dipinto.
Il finale è toccante ed emozionante perché tra le righe emerge una storia di solida amicizia, ma specialmente grazie a quell'ultima incisiva risposta di Cassandra (protagonista che acquista spessore, e la mia preferenza, proprio a seguito della svolta) la storia diventa indimenticabile. Complimenti all'autrice!



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