sabato 27 febbraio 2016

Recensione: "La Fattoria degli Animali" di George Orwell (Mondadori)

Carissimi astronauti,
come vi avevo accennato l'altro ieri ho delle recensioni da recuperare, quindi eccomi qua!

Questa è la lettura che ho scelto, tra l'altro, per partecipare alla #secretbookchallenge organizzata dal blog My Secret Diary; dovendo scegliere un libro il cui titolo (o nome dell'autore) iniziasse con la lettera del mese corrente, per Febbraio ho colto l'occasione di leggere "la Fattoria degli animali" di George Orwell!




Titolo: La Fattoria degli Animali
Autore: George Orwell
Editore: Mondadori
Collana: Oscar Mondadori
Genere: Satira politica
Data di pubblicazione: 1947
Formato: cartaceo
ISBN-13: 978-8804492528
Pagine: 140
Prezzo: 10,50 euro
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Sinossi:
Gli animali di una fattoria, stanchi dei continui soprusi degli esseri umani, decidono di ribellarsi e, dopo avere cacciato il proprietario, tentano di creare un nuovo ordine fondato sul concetto utopistico di uguaglianza. Ben presto, tuttavia, emerge tra loro una nuova classe di burocrati, i maiali, che con l'astuzia, la cupidigia e l'egoismo che li contraddistinguono si impongono in modo prepotente e tirannico sugli altri animali più docili e semplici d'animo. L'acuta satira orwelliana verso il totalitarismo è unita in questo apologo a una felicità inventiva e a un'energia stilistica che pongono La fattoria degli animali tra le opere più celebri della narrativa del Novecento.


Le recensioni e gli articoli di Universi Incantati


Non avevo mai letto le opere di George Orwell prima d'ora.
Ultimamente il destino non ha fatto altro che mettermele davanti agli occhi: tra un paragone di "1984" col mio "Eleinda" (ancora da scoprire perché non l'ho ancora letto), aggiungiamoci il fatto che quest'estate mi sono dedicata alla trilogia "1Q84" di Murakami (che sembra trarre ispirazione dalla quasi omonima opera orwelliana), o che più volte mi è capitato di leggere questo titolo, "La Fattoria degli Animali", che tanto mi dava l'impressione di una favola per bambini perché lo associavo alla celebre canzoncina.
Niente di più sbagliato.
Certo, nella vecchia fattoria (ia-ia-o) c'è l'asinello, la mucca, le capre, il gatto e il cane, e quant'altro, ma le "bestie di zio Tobia" qui si sono ribellate, spinte dal sogno rivoluzionario di un maiale di nome Vecchio Maggiore. Basta infatti arrivare alla pagina n°6 e leggere la prima parola, il modo in cui il maiale si rivolge agli altri animali ("compagni") per capire che questo libro tratta di politica, e di come gli alti ideali condivisibili del comunismo finiscono col trasformarsi nell'esatto opposto, la dittatura totalitaria.
Il fatto è che Vecchio Maggiore diceva il giusto, ma le nuove cariche non tardano a dimenticarsi dei valori quando capiscono che possono avere una razione doppia di cibo rispetto agli altri (soldi) e la gigantesca casa piuttosto che la fredda stalla (comodità). Gli altri animali pendono dalle loro labbra (e questo è il potere) perché, paragonata alla situazione di prima, ossia di quando erano sotto la guida umana, ora stanno meglio; la fattoria è grande, è tutta per loro e possono fare quello che vogliono. O meglio, credono di poterlo fare; pensano di essere liberi ma non lo sono affatto!
Sono sfruttati, e più si va avanti con la lettura, peggio diventa.

Mi ha dato un senso di frustrazione assistere a queste povere bestie che non si rendono conto della realtà delle cose; si lasciano abbindolare dalle parole che la casta dei maiali abilmente sposta, aggiunge e corregge a piacere per stravolgere le regole della comunità, inoltre tendono a dimenticare, a lasciar perdere, o peggio, a giustificare! E se c'è da dare colpa a qualcuno seguono la corrente, proprio come il branco di pecore che non usa il cervello e ripete gli slogan del partito come un ritornello.

L'intero libro è un'evidente metafora: i politici sono i maiali, chi li segue senza pensare con la propria testa è il branco di pecore, poi c'è il cavallo che si fa in quattro per gli ideali e non si rende conto d'essere il più sfruttato. Ma che si tratti di pecore o cavalli, tutti gli altri animali siamo noi; il popolo.
Proprio come Orwell denunciava nel 1947, tuttora noi ci lamentiamo, passiamo tanto tempo a pensare agli ideali e a ciò che non va, ma al tempo stesso non muoviamo un dito per cambiare le cose, probabilmente per paura, e perché tutto sommato ciò che ci circonda non è poi così male.
Perché rischiare la grande incognita del cambiamento quando ancora abbiamo un tetto sotto la testa e un piatto caldo in tavola? Finché non ci rimettiamo noi, ce lo facciamo andare bene; la malasorte tocca sempre a qualcun altro.
La cosa sconvolgente è proprio questa: nel corso della storia ci sono pure le vittime, ma nemmeno questi terribili fatti smuovono le coscienze.
La verità è che in fondo siamo accomodanti, e ciò ormai ci riesce naturale visto quanto siamo bombardati psicologicamente anche dai media che ci trasmettono i continui complotti, gli accordi segreti, i voltagabbana, le raccomandazioni, le mazzette... che dietro ogni azione ci sono sempre altri interessi. Con questa delusione continua cresce l'idea che non ci si può fidare di nessuno.
La perdita della speranza è il primo ostacolo all'azione.

Se sono partita con questa serie di riflessioni è proprio grazie al libro. Le tematiche sono attuali, realistiche; sono la storia umana, passata, presente, e probabilmente anche futura.
Alla fine del libro (dell'edizione Oscar Mondadori) c'è la postfazione di Orwell dal titolo "Libertà di stampa": in questa lettera aperta al lettore, l'autore rivela che il libro si riferisce al totalitarismo della Russia Sovietica di Stalin. La storia de "La Fattoria degli Animali" ricalca fedelmente quanto accaduto sotto il regime, e nella postfazione (che l'autore desiderava fosse un'introduzione all'opera, ma all'epoca non fu pubblicata) denuncia anche la censura britannica nei confronti dell'alleata Russia.
Avendo delle grandi lacune in storia, il libro mi ha spinto anche a fare delle ricerche successive per colmarle, per conoscere ciò che ai tempi della scuola credevo non ci riguardasse più... non tutti i libri lasciano un così profondo segno dentro di noi.

A tratti macabro, a tratti amaramente ironico, si potrebbe comunque considerare questo racconto come una fiaba il cui lieto fine spetta a noi costruire.
Studiato, geniale, con associazioni e trovate brillanti, scorrevole, breve ma intenso; profondamente triste. Tanti sono gli aggettivi che continuerei a spendere per questo libro, ma sono quella malinconia, mista a un senso di compassione, unita a un desiderio di rivalsa che non può trovare espressione se non in questa recensione, fa sì che io non possa premiare quest'opera a pieni voti.
Poveri animali.
Poveri noi.
A volte fa davvero male guardarsi nello specchio di un libro.


Il Voto di Universi Incantati:



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