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mercoledì 20 luglio 2011

Recensione "La città incantata" di Hayao Miyazaki

Recensione "La città incantata" di Hayao Miyazaki






 
Un fantastico modo per crescere


Come molte altre avventure tra le quali "Il mio vicino Totoro" dello stesso Hayao Miyazaki, anche questa storia comincia con un trasloco: durante il viaggio in auto con i genitori, Chichiro, sdraiata sui sedili posteriori e stringendo il regalo d'addio dei suoi amici (un mazzo di fiori), si cruccia per la decisione presa, mentre il padre, davanti a un incrocio che li porterà alla nuova casa, decide di prendere una scorciatoia. Dopo un percorso sterrato, la strada termina in un vicolo cieco, percorribile solo a piedi attraverso un tunnel;
continuando a ignorare le lamentele di una paurosa Chichiro, così come ignorano la grossa statua davanti all'ingresso (secondo la tradizione giapponese corrisponde all'avviso: "Per favore, non entrare") la famiglia s'incammina e lo attraversa, con Chichiro aggrappata al braccio della madre. Il tunnel li conduce dentro una stanza poco illuminata, e uscendo dal lato opposto si ritrovano in un'enorme distesa di prateria; decisi a proseguire, complice un'invitante profumo di cibo, i tre continuano il tragitto fino ad attraversare ciò che un tempo doveva essere un fiume, finendo poi col ritrovarsi in una città deserta, i cui edifici sono tutti dediti alla ristorazione; i genitori di Chichiro non resistono davanti a tali prelibatezze, e noncuranti del fatto che non ci siano nemmeno i gestori del locale, si siedono al banco e cominciano a mangiare. Tempo di fare un giro di perlustrazione e tornare, che Chichiro trova i genitori ancora intenti ad abbuffarsi, ma con la differenza che si sono trasformati in maiali!
Nel contempo si fa notte e delle ombre misteriose cominciano a popolare la strana città, mentre la disperata Chichiro non sa cosa fare né dove andare, finché un giovane di nome Haku giunge in suo soccorso, scortandola oltre il ponte, proteggendola con la magia, suggerendole di non respirare per non far scoprire la sua natura umana, e offrendole un frutto tipico di quel mondo cosicché non scompaia... perché quello è il mondo degli spettri, più precisamente, un rifugio termale per gli spiriti della natura, gestito dalla potente maga Yubaba. 
L'unico modo per sopravvivere in quel luogo è rendersi utile trovando un lavoro, e solo dopo aver messo in salvo se stessa, Chichiro potrà recuperare i genitori e tornare nel suo mondo.

In questo riassunto dell'incipit ho voluto evidenziare il comportamento di Chichiro, lamentoso, pauroso e mammone, e se vedrete il film noterete anche l'impacciato e il fragile (complice la gracilità fisica), questo perché si tratta di una storia di formazione, dove la giovane protagonista deve affrontare dure sfide per maturare interiormente, in una crescita che si mostra nelle azioni di coraggio, altruismo, umiltà, e sarà visibile anche nelle inquadrature, perché il viso assumerà un'espressione ferma e decisa. Particolarmente interessante è l'idea del nome "confiscato" dalla maga Yubaba come pegno per aver firmato il contratto di lavoro: Chichiro diventa Sen (le lettere kanji rimaste, lette da sole, si pronunciano in questo modo) e dimenticando il suo vero nome rischia di compromettere per sempre il ritorno al suo mondo, il che sembra simboleggiare che dimenticare il proprio nome sia come dimenticare se stessi, ed è per questo che Yubaba può avere il controllo su tutti (giust'appunto, in quella scena Yubaba stacca i kanji dal contratto e li stringe nel pugno) e oltre a Chichiro ha "in pugno" anche Haku; braccio destro della maga, ma anche amico di Chichiro. 
Da un certo punto in poi, Haku si mostrerà anche in forma di un bellissimo drago volante, tuttavia il ragazzo continuerà ad avere ricordi confusi a proposito del suo passato, se non la certezza che abbia già conosciuto Chichiro, perché il nome di lei, quello lo ha ricordato appena l'ha vista... "La città incantata" non manca nemmeno di romanticismo e d'amore; la maturità di Chichiro avviene anche grazie a questo legame con Haku, tanto da prendere il sopravvento verso il finale.

Oltre ad Haku, nella sua evoluzione Chichiro incontra altri personaggi: "l'uomo delle caldaie" Kamagi, dapprima ostile, è tra i primi a offrirle aiuto, inoltre nutre un certo affetto nei suoi confronti (la spaccia come "nipotina" e in seguito le rimbocca le coperte); la "collega" Rin, col suo caratterino tutto pepe si comporta come una tutrice poi come una sorella maggiore; l'enorme bambino di Yubaba, viziato e capriccioso, una volta punito da Zeniba (maga sorella gemella di Yubaba) segue Chichiro, e questo caso è l'esempio di come la ragazzina possa insegnare qualcosa agli altri; infine Zeniba, chiedendo d'essere chiamata "nonnina", rappresenta in tutto e per tutto questa figura famigliare, forse un po' severa ma certamente buona d'animo.

Ho volutamente lasciato a parte altri due personaggi.
Uno è lo spirito del cattivo odore, o meglio, quello che si credeva essere lo spirito del cattivo odore (^^), perché in realtà è il dio del fiume: approfittando dell'ostilità nei confronti di Chichiro, Yubaba ordina alla ragazzina di occuparsi del puzzolente ospite, e mentre dipendenti e clienti scappano tappandosi il naso o corrono ad aprire le finestre, Chichiro prosegue da sola, trattenendo l'istinto e mostrando una grande forza di volontà. Questa è una delle più importanti prove che affronta, e che le permetterà poi di guadagnare rispetto e stima anche da parte della stessa Yubaba, che si conferma quindi essere meno malvagia di quanto sembri, o perlomeno, non essere un mostro e nemmeno il male assoluto. Nella figura del dio del fiume appare anche il messaggio ecologista, caratteristica tipica nelle opere di Miyazaki: poiché Chichiro si accorge che l'essere ha "qualcosa" incastrato nel suo corpo, tirandolo con una corda, con l'aiuto di Ren e l'intera troupe delle terme, si scopre essere una bici, e non solo, questa fungeva "da tappo" a una serie incredibile di oggetti, di dimensioni più o meno grandi, ed era per questo che lo spirito aveva quel cattivo odore; in parole povere, l'inquinamento.
L'altro personaggio è il Senzavolto. Apparso più volte dinanzi alla protagonista, lei lo aiuta inconsapevole della sua vera natura: egli è in grado di creare l'oro dal nulla, quindi facendo leva sull'animo avaro degli altri ottiene tutto ciò che vuole, dal cibo a trattamenti termali di lusso; tuttavia c'è una cosa che non riesce ad ottenere, Chichiro! Lei rifiuta ciò che le offre, e dinanzi ai ripetuti rifiuti egli diventa aggressivo e divora altri esseri (uno l'aveva divorato all'inizio per ottenere l'uso della parola), e ingrasserà oltre misura, mai sazio, perché ciò che più desidera è quello che la materia non può dare: l'affetto, l'attenzione di Chichiro. Essendo la responsabile del suo ingresso, la ragazzina s'impegnerà ad allontanarlo dalla struttura termale, e lui nel frattempo si disintossicherà, libererà chi aveva divorato, e la seguirà in silenzio finché non troverà la compagnia della maga Zeniba.
Con Senzavolto si potrebbe dire che è affrontato anche il tema della solitudine, e non a caso è un elemento che ho percepito fin dall'inizio: dall'immensa prateria alla città deserta, dalla vista sul mare dalle camere delle lavoratrici alla rotaia in mezzo al mare, dai paesaggi desolati del finestrino al treno che si svuota, e che in ogni caso era occupato da sole ombre. Aleggia un'atmosfera solitaria, silenziosa, forse per rimarcare il fatto che Chichiro sia rimasta senza genitori e debba affrontare questo compito con le sole sue forze.
Ho poi sottinteso il tema dell'amicizia, tema che diventa poetico nel momento in cui la maga Zeniba porge a Chichiro un elastico tessuto dai suoi amici (Senzavolto, il bambino gigante e l'uccellino); nella scena finale, quando Chichiro torna nel suo mondo e finalmente si guarda indietro, l'elastico nei capelli emette un luccichio, come a simboleggiare che non si tratta solo di un ricordo, nemmeno di un qualcosa che testimonia che tutto è accaduto davvero, perché se lo guardiamo nel senso "elementare", un elastico è un qualcosa che lega, un legame; il legame eterno di Chichiro con i suoi amici della città incantata.

Questo film dalla fantasia sfrenata e le creature bizzarre, fortemente evocativo quanto visionario, è ricco di significati riconducibili alla tradizione popolare giapponese, mentre è facile per un occidentale rimanere spiazzato, specie all'inizio; noi non siamo abituati a tanta originalità, tanto colore, tanta (mi ripeto) fantasia, che mette quasi in soggezione. Ma si tratta di un ostacolo che si può superare semplicemente con la volontà. Ad oggi non ho mai visto un'opera altrettanto ricca - d'immagini e di contenuti - e che non si pone limiti in merito alle fantasticherie: risultato, ieri è stata la terza volta che ho visto questo film. Per chi non lo avesse ancora fatto, è un film da vedere almeno una volta nella vita.

(poi, io amo i draghi! :D Non smetterò mai di ripeterlo ^^)




3 commenti:

  1. Ciao, il tuo commento è molto bello. Mi permetto solo di aggiungere che la scena del treno è da antologia del cinema.
    Il treno va in un'unica direzione, come la vita, ed i passeggeri, disegnati come ombre, rappresentano le persone sconosciute che ci passano accanto ogni giorno, sicuramente con una propria storia ma per noi anonime.

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  2. Hai ragione: ottima intuizione! Anche poetica... Miyazaki non si finisce mai di scoprire.

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