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martedì 6 ottobre 2015

Recensione anime: "Nausicaä della Valle del vento" di Hayao Miyazaki

Carissimi astronauti,
ieri pomeriggio ho lavorato alla stesura di questa recensione, ma solo oggi la pubblico qui; ho preferito dare la precedenza a TrueFantasy, il blog dove Alessandro Iascy mi ha affidato da anni l'intera gestione della rubrica Jappo World *__*
Nel mio blog, invece, tutte le recensioni sono racchiuse all'interno della rubrica "Guida Galattica".


Avevo visto questo film d'animazione diversi anni fa, ma solo adesso mi sono decisa a scriverne la recensione.
Perché non l'ho fatto prima?
Beh, perché le opere di Miyazaki mi trasmettono talmente tante emozioni che quando termino la visione sono letteralmente sovraccaricata: non riesco a mettere ordine tra tutte le cose che mi ha lasciato nella mente e nel cuore! Sul serio, mi sento emotivamente coinvolta e mentalmente provata, per cui diventa molto impegnativo trovare il punto di partenza di quei pensieri e il filo logico del discorso.
Ma questa volta dovevo sforzarmi.
In realtà non è che poi mi sia sforzata così tanto, anzi, il discorso si è generato da solo, spontaneamente e senza appunti.
Probabilmente era questo il momento giusto per scriverla.
Perché dal 5 al 7 ottobre si svolge il cine-evento “Nausicaä della Valle del vento"!
L’imperdibile opera di Hayao Miyazaki, prima che fondasse il celebre Studio Ghibli, esce finalmente nelle sale italiane in versione restaurata e con un nuovo doppiaggio.
E' l'occasione perfetta per proporvi la recensione!




Titolo: Nausicaä della Valle del vento 
Titolo originale: 風の谷のナウシカ Kaze no tani no Naushika 
Genere: Fantascienza 
Durata: 116 minuti 
Soggetto: Hayao Miyazaki 
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki, Kazunori Ito 
Regia: Hayao Miyazaki 
Musiche: Joe Hisaishi 
Produttore: Isao Takahata 
Distributore italiano: Lucky Red 
Uscita nelle sale in Giappone: 11 marzo 1984 
Uscita nelle sale in Italia: 5 ottobre 2015

Trama: 
In seguito ad un cataclisma che ha sconvolto l’intero pianeta, una foresta tossica ha ricoperto la maggior parte della superficie terrestre. In questo scenario apocalittico, dove una nuova guerra è sul principio di esplodere, il regno della Valle del Vento - governato da Jihl, padre della coraggiosa Principessa Nausicaä - è una delle poche zone ancora popolate. Nausicaä ha due doni: saper cavalcare il vento volando come gli uccelli e riuscire a comunicare con gli Ohm, i giganteschi insetti guardiani della foresta. Grazie alle sue abilità nonché all’amore e alla stima del suo popolo, la Principessa Nausicaä intraprenderà una coraggiosa sfida volta a ristabilire la pace e a riconciliare l’umanità con la Terra.




È sconvolgente leggere questa differenza tra il Giappone e l’Italia: ci sono voluti trentun’anni perché quest’opera raggiungesse le nostre sale, e se siete fra quelli che la conoscono già, o è perché avete letto l’omonimo manga, oppure è grazie al fatto che il film, che è stato trasmesso il 6 gennaio 1987 su Rai1, è stato in qualche modo convertito e condiviso su internet nei tempi recenti. Di Nausicaä, infatti, non si è mai prodotto nemmeno il DVD, ma credo che Lucky Red compirà a breve anche questo passo.

Se penso che negli anni ’80 la Disney proponeva “Red & Toby” (1981), “Taron e la pentola magica” (1985), “Basil – l’investigatopo” (1986) e “La sirenetta” (1989), capisco perché la nostra cultura associa i film d’animazione alla definizione “cartoni animati per bambini”. 
Senza nulla togliere alla morale e ai messaggi subliminali delle produzioni disneyane del periodo, “Nausicaä della Valle del vento" ha una profondità che i sopracitati film non sfiorano neppure. Forse non è opportuno paragonarli, ma il confronto mi sorge automatico se penso che sono nata con principi del tipo che l’amicizia è possibile anche tra una volpe e un cane da caccia, e che alla fine, anche se sono un essere di un altro mondo, povera e muta, il principe azzurro, bello e riccone, guarderà solo me e mi sposerà. 
Sul serio: non sono cresciuta bene come pensavo.
Sarei voluta crescere con l’esempio di Nausicaä, principessa, ma anche un cavaliere del vento, fragile, ma anche indipendente; tenace e testarda, ma che mette il regno e la sua gente al primo posto, a costo di sacrificare se stessa. 
Nausicaä non è la principessa innamorata, Nausicaä è l’amore.


L’amore di Nausicaä per la natura è incondizionato: è inteso per qualsiasi forma di vita, dalle piante agli animali; non importa se la giungla è tossica e se quei giganteschi e orribili insetti sono altrettanto pericolosi, lei è un’anima pura che sa guardare (come mi piace sottolineare spesso nei miei romanzi) con gli occhi del cuore. Questa principessa va oltre l’aspetto esteriore, ed è capace di percepire le emozioni altrui, animali o umane che siano.
Nausicaä ama anche la vita. Lo si capisce quando in un sogno si sottrae a coloro che ama ma che sa che sono morti, e a gran voce grida: “Lasciatemi, io voglio vivere!”. Ama la vita perché si oppone alla guerra, e vestendo gli abiti della pace non teme per se stessa; si sacrificherebbe per un futuro migliore, proprio come un’eroina
Il modo in cui è capace di amare Nausicaä è disarmante.
D’altra parte, l’amore visto in un contesto “di coppia” è apparentemente freddo e distaccato. Nel corso della storia, infatti, la ragazza incontra un coetaneo e verrebbe da pensare che potrebbe nascere qualcosa di tenero fra i due, ma come la maggior parte delle opere di Miyazaki, anche in questo caso il sentimento resta sospeso nell’aria, nelle parole non dette, nello slancio di un complice abbraccio, nella presa di posizione accanto all’altro, appoggiandone la causa, e nella premura fatta di cure e preoccupazioni. Non a caso: “apparentemente freddo” ;)

“Nausicaä della Valle del Vento” è un’opera che definirei “emozionale”.
Contrapposto all’amore c’è la paura, la rabbia, l’odio che scatena la guerra, i deliri di onnipotenza dell’uomo; la morte. 
Mi ha toccato, ad esempio, quando la stessa Nausicaä si sente sopraffare dalla rabbia e agisce d’istinto, compiendo un azione di cui poi si pente: piangendo chiede, in una sorta di preghiera, che quella rabbia esca dal suo cuore. 
Il tema della guerra, poi, è purtroppo attuale, forse più che allora, perché nel 1984 la guerra era un eco lontana; vedere ora uno scenario in cui le potenze del mondo hanno lottato per il potere, guardare quei grattacieli crollare sotto le bombe, sentire la voce narrante dire che l’umanità si è ridotta a vivere sopra le ceneri di un mondo che lei stessa ha distrutto, il futuro apocalittico in cui vive Nausicaä (popoli che vivono d’agricoltura e che traggono l’energia dalle pale eoliche) suona credibile, a maggior ragione coinvolgente. 
Osserviamo inerti come la nostra storia possa ripetersi: l’ombra della devastazione nucleare si affaccia portando con sé l’idea che agire in questo modo non sia la soluzione, che ci sono altre vie possibili per la pace.
Potrei continuare a prendere in considerazione ognuno dei sentimenti, ma penso che la cosa migliore da fare sia quella di viverli sulla propria pelle guardando questo film.

Onnipresente in tutti i film di Miyazaki è anche qui, come la natura, il tema del volo
Ma piuttosto che soffermarmi su questo, preferirei porre l’attenzione sull’importanza che il sensei attribuisce al ruolo della donna: l’eroe è anche qui femmina, quasi bambina. In effetti la si mostra bambina a più riprese, e su tutte, colpisce il momento in cui la piccola trova un cucciolo che appartiene alla specie di quegli insetti orribili. Per questo, rispetto a Mononoke o a Sophie (“Il Castello errante di Howl”), Nausicaä porta con sé anche la purezza e l’innocenza propria della categoria più giovane; i giovani come portatori di pace e speranza, vittime delle decisioni degli adulti che, al contrario, sono troppo presi da loro stessi, dal proprio orgoglio e dall’ego (persone e animali compresi!)

“Nausicaä della Valle del Vento” è un’opera per giovani e adulti dai messaggi universali e che potrebbe sembrare sia stata realizzata oggi, visto quanto è attuale, e grazie alla versione rimasterizzata si svecchia anche nell’aspetto. 
Tradisce la sua origine solo durante le sequenze d’azione quando suonano le tastiere elettroniche, la tipica musica che andava di moda negli anni ’80, il che fa nascere un sorriso nostalgico.

In questi giorni ho letto su internet di persone che hanno visto “Inside out” e consigliano di portarsi dietro i fazzoletti. “Nausicaä della Valle del Vento” non si limita a commuovere, ma lascia un segno nel profondo:  nonostante i messaggi positivi, l’orrore che ci ha mostrato lascia una scia di angoscia che non passa neanche quando nei titoli di coda ci mostra i sorrisi e la vita che continua… forse perché sappiamo che, in fondo, noi esseri umani siamo fatti proprio così. 
C’è troppo odio nel mondo, e il mondo ha bisogno d'amore. Di persone come Nausicaä.


Il voto di Universi Incantati


Questa recensione è apparsa anche nel blog TrueFantasy
dove curo la rubrica "Jappo World"



giovedì 2 febbraio 2012

Recensione "Princess Mononoke" di Hayao Miyazaki (Studio Ghibli)



 

"Il fato vuole che tu vada a vedere cosa accade, con occhi non velati dall'odio"
"Gli alberi gridano quando vengono uccisi, ma gli umani non possono udire i loro gemiti."


Comincio la recensione con queste citazioni tratte dall'opera; impossibile scegliere tra le due che meglio rappresentano l'anime, considerando che sono anche quelle che mi hanno emozionato di più. 
A differenza delle altre opere di Miyazaki, magico-favolistiche, in "Princess Mononoke" si respira un'atmosfera pregna d'odio, dove violenza, sangue e crudeltà si manifestano con sempre più frequenza fino al tragico epilogo. Il messaggio ambientalista, tema costante delle opere del maestro, ed evidente nella seconda citazione, qui si fa duro, spietato come non mai.
E' subito chiaro come l'anime sia destinato a un pubblico adulto.
Ciò non significa, però, che si tratti di un film tetro e deprimente, anzi; materialismo, tensione e politica si mescolano con le immagini di una natura rigogliosa, l'amore e la speranza

Tutto comincia quando Ashitaka, principe di un villaggio Emishi, è costretto ad affrontare un gigantesco demone-cinghiale di nome Nago,.apparso improvvisamente dai boschi e diretto verso il villaggio. Durante lo scontro, il demone colpisce Ashitaka al braccio, infettandolo della propria maledizione; l'uccisione di Nago, però, non cambia il destino del ragazzo, ora condannato a subire atroci sofferenze con un'infezione diretta ad espandersi per tutto il corpo fino a provocarne la morte. 
Su consiglio della Saggia Madre, Ashitaka parte per l'Occidente in cerca di salvezza, risalendo alle cause che portarono quello spirito-cinghiale a tramutarsi in demone; per guardare ciò che accade "con occhi non velati dall'odio", appunto. 
L'indizio che fa pensare la Saggia Madre all'Occidente, è un oggetto estratto dal corpo del cinghiale, che Ashitaka scoprirà poi trattarsi di un proiettile; sono infatti le guerre l'evento scatenante, in particolare quella che riguarda la "Città del Ferro", con in testa Lady Eboshi, e la Foresta del Dio Cervo, difesa da un branco di giganteschi spiriti-lupi e l'umana San, chiamata "Mononoke" (spirito vendicativo). 
Appena Ashitaka scopre che Lady Eboshi mira a disboscare la Foresta in quanto risorsa principale del ferro, e San addirittura si presenta con l'intenzione di uccidere Lady Eboshi, decide d'intervenire ascoltando entrambe le parti e cercando di farle riappacificare: è a causa del loro reciproco odio che è nata la maledizione che lo sta lentamente consumando. 
Ma ci sono altri interessi coinvolti nella vicenda: si dice che la testa del Dio Cervo sia la fonte dell'immortalità, per questo l'imperatore ha assoldato dei mercenari per ottenerla...

Dal proiettile rinvenuto nel corpo del cinghiale alle armi prodotte dagli abitanti della città del ferro, si sviluppa il tema centrale di quest'anime: le guerre. Non si tratta solo del conflitto tra civiltà (la città del ferro) e natura (la foresta), ma riguardano anche gli uomini che si scontrano fra loro. Già nelle prime sequenze vediamo che durante il suo viaggio Ashitaka s'imbatte in un villaggio assediato dai samurai, probabilmente gli stessi che poi attaccano anche la Città del Ferro. 
Sono la ricchezza e il potere a muovere gli umani, per questo San "Mononoke" li disgusta, tanto da rinnegare la propria natura e considerarsi come la lupa che l'ha adottata, Moro. Nella storia troviamo anche un accenno alla discriminazione, con gli spiriti-scimmie e gli spiriti-cinghiali della foresta che, infuriati con gli umani che attaccano senza sosta anche di notte, quando gli spiriti-scimmie piantano nuovi alberi, ribadiscono come San non sia né umana né animale.

Emergono anche problematiche quali intolleranza e disinteresse abbinati all'assenza di comunicazione, come se ognuno si sentisse autorizzato a perseguire i propri scopi senza contare delle esigenze altrui, eppure, come nelle altre opere di Miyazaki, è difficile etichettare un personaggio come buono o cattivo: se da una parte certe esigenze individuali non sono propriamente nobili, dall'altra certe azioni portano a rivalutare i comportamenti e a non condannarli
Un esempio è il monaco Jigo che mira semplicemente a portare a termine la missione del recupero della testa del Dio Cervo per conto dell'imperatore; non si cura se sia giusto o sbagliato, si limita ad eseguire. Potremmo forse condannarlo quando vediamo che è anche un cacciatore, ma tentenniamo ricordando che ha aiutato Ashitaka all'inizio della storia, con il suggerimento di dirigersi alla Foresta perché il Dio Cervo avrebbe potuto salvarlo dalla maledizione.
Altro esempio è Lady Eboshi: mira ai profitti derivanti dal commercio del ferro, ma al tempo stesso si prende cura delle donne che erano schiave e dei lebbrosi emarginati, anche se, altra contraddizione, "li adopera" per la causa, con le donne a lavorare il ferro e i lebbrosi a produrre armi; lavorano anche di notte, sebbene a turni.
A tal proposito è interessante la condizione sociale della Città del Ferro, con quel divario fra uomini e donne dove le une si sentono più importanti degli altri perché lavorano (quindi producono), mentre gli uomini si limitano a scortare Lady Eboshi quando va a fare provviste per il villaggio o va in missione nella Foresta. Le donne, pur essendo la storia ambientata nel periodo Muromachi (1336-1573), si permettono di replicare agli uomini senza indugi, talvolta dando pubblicamente dell'imbecille. E' degno di nota anche il fatto che Lady Eboshi faccia costruire fucili leggeri perché destinati a braccia femminili, così come il fatto che lasci la Città del Ferro in completa custodia delle donne quando parte per la Foresta con gli uomini. Poi c'è quella scena in cui Ashitaka aiuta le donne durante il lavoro: con la sua forza a fare da contrappeso, si evidenzia come le doti maschili facciano la differenza. 


Ashitaka sembra essere l'unico da cui emerga il senso della giustizia e l'altruismo: soccorre i feriti, impedisce lo scontro tra Lady Eboshi e San, non si cura delle sue sofferenze e va avanti spinto da nobili ideali. Si sente in colpa quando si rende conto che il suo braccio maledetto colpisce gli avversari con una forza omicida, ma poi impara a conviverci e lo sfrutta in ciò che esula dai combattimenti (sollevando un portone, piegando una spada...); nel corso della storia vedremo anche come la maledizione si propagherà, fino a raggiungergli la mano, poi il torace. Ashitaka sembra essere anche l'unico capace di amare davvero, e col suo amore potrebbe salvare San se solo lei si lasciasse avvolgere da questo sentimento. 
La selvaggia San ha tutti i comportamenti tipici di un essere che ha vissuto in mezzo agli animali: si muove con agilità, ha una furia bestiale, fiuto... ma ha anche dei modi dolci, come quando dorme rannicchiata come un cucciolo o quando imbocca un Ashitaka troppo debole per masticare; quest'ultimo comportamento dimostra anche quanto sia sensibile, così come quando decide di affiancare lo spirito-cinghiale Ottoko perché cieco, e non lo abbandona nemmeno quando la situazione degenera. San infatti è una ragazza di sani valori e principi, ma l'unico modo che conosce per farli valere e attraverso l'uso della forza, spesso anche dove non è affatto necessaria (tipo l'opporsi ad Ashitaka verso il finale). Con alcuni dei suoi atteggiamenti, comunque, San suscita una gran tenerezza. 
Un altro personaggio che mi ha intenerito è il fedele stambecco Yakul che, tra le altre, quando è libero dalle briglie sceglie di restare comunque con il padrone.

Oltre ai protagonisti, un personaggio d'assoluta importanza è il Dio Cervo; le sequenze cinematografiche sono studiate apposta per creare intorno alla sua figura un alone di magia e mistero, di rispetto e timore. La scena che vede il suo arrivo e che si svolge nel totale silenzio, dove di lui vediamo solo le zampe e i fiori che nascono e muoiono al suo passaggio è un'immagine forte, di una bellezza inquietante,
di una poesia agrodolce; l'immagine diventa metafora, perché è il dio che può dare la vita così come la può togliere.
Un altro dettaglio che mi ha colpito, è che siccome il dio cammina a pelo sull'acqua, quando viene ferito le sue zampe s'inabissano per un po', ma poi riemerge...
Al di là di quelli che potrebbero sembrare particolari effimeri, anche le azioni del Dio Cervo non sono dettate a caso: egli, come già accennato, cura la ferita di Ashitaka ma non la sua maledizione; stabilisce il destino di Okkoto, poi quello di Moro e infine quello di San. Ma non cadrò in ulteriori spoiler.
Come non nominare, poi, i simpatici spiriti della foresta, i Kodama? Con quel tintinnio e il movimento della testa dapprima inquietante abbinato a una presenza evanescente, quasi tendessero a mostrarsi con timidezza, sanno essere anche buffi quando imitano Ashitaka che porta in spalle un uomo ferito. 
I Kodama diventano anche un simbolo, nella sequenza finale: basta un'inquadratura per trasmettere un messaggio di speranza; è questo il bello delle opere di Miyazaki e lo Studio Ghibli. 
E' quindi un finale senza eccessi, basato sulla presa di coscienza e quell'ultima immagine evocativa: la natura sopravvive comunque! Ci sono cose per cui noi esseri umani non potremmo mai avere il potere assoluto... per fortuna.

La splendida colonna sonora di Joe Hisaishi non è solo la cornice di questo che considero uno dei miei anime preferiti, bensì una componente importante, oserei dire della storia, perché capace di enfatizzare momenti ed emozioni.
E allora, emozioniamoci:







... e continuerei con queste bellissime immagini...




mercoledì 3 agosto 2011

Recensione "Laputa - Castello nel cielo" di Hayao Miyazaki

Recensione "Laputa - Castello nel cielo" di Hayao Miyazaki







La fantascienza si unisce alla fiaba per trasmettere valori.


"Laputa - castello nel cielo" è un film del 1986 nonché la prima produzione dello Studio Ghibli in quanto tale (due anni prima le stesse persone realizzarono "Nausicaa della valle del vento", ma ancora non portavano questo nome), ideato e diretto da Hayao Miyazaki.
Per quest'opera, Miyazaki s'ispirò ai "Viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift, precisamente a Laputa, isola volante abitata da scienziati pazzi, la quale essendo costituita da una base d'adamante poteva essere manovrata usando un gigantesco magnete; nella pellicola, questo magnete trova corrispondenza nella Gravipietra, una pietra particolare tipica di Laputa che permette (tra le altre) di vincere la forza di gravità e galleggiare nell'aria.
La piccola Sheeta, protagonista della storia, porta un cristallo di Gravipietra al collo, ma non è del tutto consapevole di ciò che rappresenta, se non il semplice fatto che le fu tramandato per generazioni dalla sua famiglia, unitamente a delle formule magiche; ciò di cui è certa, però, è che il cristallo è un oggetto ambito dall'esercito e da un'individuo mandato dal governo, Muska. La storia comincia così, con Sheeta che guarda dimessa fuori dalla finestra dall'aeronave perché è tenuta a collaborare con quest'individui, ma a provocare la svolta, l'improvviso assalto di un gruppo di pirati spaziali capitanato da Dola (loro madre), anch'essi interessati al misterioso cristallo della ragazza; con la confusione che vanno a creare, Sheeta è costretta ad allungarsi oltre la finestra e aggrapparsi all'esterno del velivolo, finché la presa le viene a mancare e cade nel vuoto.
Dopo una frenetica discesa che porta la ragazza a svenire, la caduta si rallenta grazie ai poteri del cristallo, e Sheeta viene cullata fino a raggiungere la terraferma nei pressi di una miniera, dove un ragazzino che ha appena finito il suo turno di lavoro l'accoglie tra le braccia e la porta in salvo. Il giorno successivo, Sheeta e Pazu (questo il nome del ragazzo) fanno amicizia e si confidano l'un l'altra: sono entrambi orfani, ma soprattutto hanno in comune il desiderio di trovare Laputa; Pazu vuole vendicare il padre che passò per pazzo credendo nell'esistenza della mitica isola (e testimoniandolo con una fotografia), Sheeta perché, grazie all'incontro con un vecchietto nelle miniere durante una delle tante fughe braccata dall'esercito e dai pirati, scopre d'essere l'ultima discendente dell'antica civiltà che abitava Laputa.
Costantemente inseguiti, costretti a separarsi per poi ritrovarsi proprio grazie all'intervento dei pirati, i due ragazzi finiranno col collaborare con quest'ultimi (tutt'altro che bruti a discapito delle apparenze, e decisamente mammoni), dai grigi edifici dell'esercito alla lussureggiante ed eterea Laputa.


Come in tutte le opere di Miyazaki emerge il messaggio ecologico e antimilitaristico: memorabile la scena del robot gigante e iper-tecnologico che si adopera, non per assalire i due giovani protagonisti, ma per sollevare il loro velivolo da terra perché stava calpestando un nido d'uccelli, oppure la scena in cui un robot cerca di proteggere Sheeta dall'esercito facendo scudo con il suo stesso corpo e a suo modo comunica con lei, oppure ancora, quando porge loro un fiore; sono immagini che stuzzicano la sensibilità dello spettatore e che portano a riflettere sui possibili sentimenti di un robot, di come un essere che fa parte della tecnologia possa vivere in simbiosi con la natura e rispettarla. Non a caso, il monologo finale di Sheeta parla proprio di questo: «Per quante spaventose armi si possano brandire, per quanti poveri robot si possano comandare, vivere separati dalla terra non è possibile!» Frase che ovviamente racchiude anche l'essenza stessa di Laputa, sospesa nel cielo, e che si potrebbe allacciare anche al significato della formula magica che Sheeta teme di pronunciare, quella che riguarda la distruzione; beh, pronunciandola sembrerebbe che la distruzione riguardi solo la controparte tecnologica, perché Laputa perde la fortezza, l'edificio, le mura, i robot d'assalto, ma di lei resta l'essenza, ossia un vigoroso albero dalle possenti radici e tutta la rigogliosa vegetazione circostante (del resto, abbandonata dall'uomo, sull'isola era la natura che stava già prendendo il sopravvento).


Un altro tema ricorrente è il fatto che gli adulti siano ossessionati dal potere (come Muska) o dal denaro, in questo caso rappresentato da tesori d'ogni tipo (vedere l'esercito e i pirati), mentre i due giovani si curano semplicemente l'uno dell'altra, mettendo al primo posto i loro sentimenti; inoltre, il desiderio di trovare Laputa è per loro come un'ideale da raggiungere, una missione da compiere per dei bisogni che vanno oltre alla materia. Da notare anche l'atteggiamento completamente diverso dell'esercito, che s'affanna a saccheggiare e trafugare tesori (gli stessi pirati si limitano ad arraffare qualcosina), mentre nei ragazzi, del tutto disinteressati a queste cose, emerge una sorta di rispetto per l'antica civiltà (non toccano proprio nulla!).
Inoltre, come in "Nausicaa" e in "Porco rosso", anche qui Miyazaki pone l'accento ad aspetti quali il volo, i venti, gli aerei, tanto che più che una mera ambientazione diventano i soggetti stessi dell'opera, tante sono le sequenze che li riguardano.
Dicevamo, i sentimenti di Sheeta e Pazu. Anche in quest'opera ho trovato infinita dolcezza e tanta, tanta tenerezza: i due si sfiorano, si prendono per mano, si abbracciano, addirittura si legano l'uno all'altra. C'è un contatto fisico costante, che ho interpretato non solo a livello d'affetto, ma è anche simbolo di fiducia e collaborazione.


In "Laputa", però, ho trovato anche delle differenze rispetto alle altre produzioni Miyazaki. Questa è l'opera più ricca d'azione: dall'assalto dei pirati all'aeronave di Muska all'inseguimento dei ragazzi, dalla rissa in città all'inseguimento sui binari del treno, dai bombardamenti dell'esercito contro il gigantesco robot al frenetico recupero di Sheeta, dal governare le correnti avverse, al tentativo di Pazu di raggiungere Sheeta che si trova con Muska; sono poi certa d'averne dimenticata qualcuna. Altro elemento insolito, i pirati, ossia dei personaggi che dovrebbero vestire il ruolo di "cattivi" ma non si comportano come tali, sono buffi e un po' idioti, addirittura talvolta ingenui, ed emerge così un'ironia più accesa rispetto alle altre creature di Miyazaki (complice il fatto che siano uomini e adulti). Infine, se solitamente Miyazaki non fa schierare i suoi personaggi (come già evidenziato), con Muska ci mostra uno dei personaggi più violenti e crudeli: Muska è determinato a perseguire i propri interessi, non esita a colpire Sheeta, addirittura le punta la pistola addosso e la usa almeno un paio di volte per tagliare via le sue trecce, inoltre delira come un pazzo, e non fa una bella fine; devo ammettere, però, che fisicamente mi sembra il peggio caratterizzato, lo vedo anonimo.


Meritevole è anche la colonna sonora, tanto onirica e poetica che sono in procinto di cercare i brani per ascoltarli in maniera indipendente dal film.

In conclusione, in generale, "Laputa - Castello nel cielo" è leggermente inferiore rispetto a "La città incantata", "Principessa Mononoke" e "Il castello errante di Howl", ma quelli sono mostri sacri. Considerata indipendentemente, è un'opera che si merita 5 stelle senza esitazione, per la qualità e l'emozione che sa dare, perché è uno di quei film che nemmeno quando scorrono i titoli di coda si ha voglia di cambiare canale...






mercoledì 20 luglio 2011

Recensione "La città incantata" di Hayao Miyazaki

Recensione "La città incantata" di Hayao Miyazaki






 
Un fantastico modo per crescere


Come molte altre avventure tra le quali "Il mio vicino Totoro" dello stesso Hayao Miyazaki, anche questa storia comincia con un trasloco: durante il viaggio in auto con i genitori, Chichiro, sdraiata sui sedili posteriori e stringendo il regalo d'addio dei suoi amici (un mazzo di fiori), si cruccia per la decisione presa, mentre il padre, davanti a un incrocio che li porterà alla nuova casa, decide di prendere una scorciatoia. Dopo un percorso sterrato, la strada termina in un vicolo cieco, percorribile solo a piedi attraverso un tunnel;
continuando a ignorare le lamentele di una paurosa Chichiro, così come ignorano la grossa statua davanti all'ingresso (secondo la tradizione giapponese corrisponde all'avviso: "Per favore, non entrare") la famiglia s'incammina e lo attraversa, con Chichiro aggrappata al braccio della madre. Il tunnel li conduce dentro una stanza poco illuminata, e uscendo dal lato opposto si ritrovano in un'enorme distesa di prateria; decisi a proseguire, complice un'invitante profumo di cibo, i tre continuano il tragitto fino ad attraversare ciò che un tempo doveva essere un fiume, finendo poi col ritrovarsi in una città deserta, i cui edifici sono tutti dediti alla ristorazione; i genitori di Chichiro non resistono davanti a tali prelibatezze, e noncuranti del fatto che non ci siano nemmeno i gestori del locale, si siedono al banco e cominciano a mangiare. Tempo di fare un giro di perlustrazione e tornare, che Chichiro trova i genitori ancora intenti ad abbuffarsi, ma con la differenza che si sono trasformati in maiali!
Nel contempo si fa notte e delle ombre misteriose cominciano a popolare la strana città, mentre la disperata Chichiro non sa cosa fare né dove andare, finché un giovane di nome Haku giunge in suo soccorso, scortandola oltre il ponte, proteggendola con la magia, suggerendole di non respirare per non far scoprire la sua natura umana, e offrendole un frutto tipico di quel mondo cosicché non scompaia... perché quello è il mondo degli spettri, più precisamente, un rifugio termale per gli spiriti della natura, gestito dalla potente maga Yubaba. 
L'unico modo per sopravvivere in quel luogo è rendersi utile trovando un lavoro, e solo dopo aver messo in salvo se stessa, Chichiro potrà recuperare i genitori e tornare nel suo mondo.

In questo riassunto dell'incipit ho voluto evidenziare il comportamento di Chichiro, lamentoso, pauroso e mammone, e se vedrete il film noterete anche l'impacciato e il fragile (complice la gracilità fisica), questo perché si tratta di una storia di formazione, dove la giovane protagonista deve affrontare dure sfide per maturare interiormente, in una crescita che si mostra nelle azioni di coraggio, altruismo, umiltà, e sarà visibile anche nelle inquadrature, perché il viso assumerà un'espressione ferma e decisa. Particolarmente interessante è l'idea del nome "confiscato" dalla maga Yubaba come pegno per aver firmato il contratto di lavoro: Chichiro diventa Sen (le lettere kanji rimaste, lette da sole, si pronunciano in questo modo) e dimenticando il suo vero nome rischia di compromettere per sempre il ritorno al suo mondo, il che sembra simboleggiare che dimenticare il proprio nome sia come dimenticare se stessi, ed è per questo che Yubaba può avere il controllo su tutti (giust'appunto, in quella scena Yubaba stacca i kanji dal contratto e li stringe nel pugno) e oltre a Chichiro ha "in pugno" anche Haku; braccio destro della maga, ma anche amico di Chichiro. 
Da un certo punto in poi, Haku si mostrerà anche in forma di un bellissimo drago volante, tuttavia il ragazzo continuerà ad avere ricordi confusi a proposito del suo passato, se non la certezza che abbia già conosciuto Chichiro, perché il nome di lei, quello lo ha ricordato appena l'ha vista... "La città incantata" non manca nemmeno di romanticismo e d'amore; la maturità di Chichiro avviene anche grazie a questo legame con Haku, tanto da prendere il sopravvento verso il finale.

Oltre ad Haku, nella sua evoluzione Chichiro incontra altri personaggi: "l'uomo delle caldaie" Kamagi, dapprima ostile, è tra i primi a offrirle aiuto, inoltre nutre un certo affetto nei suoi confronti (la spaccia come "nipotina" e in seguito le rimbocca le coperte); la "collega" Rin, col suo caratterino tutto pepe si comporta come una tutrice poi come una sorella maggiore; l'enorme bambino di Yubaba, viziato e capriccioso, una volta punito da Zeniba (maga sorella gemella di Yubaba) segue Chichiro, e questo caso è l'esempio di come la ragazzina possa insegnare qualcosa agli altri; infine Zeniba, chiedendo d'essere chiamata "nonnina", rappresenta in tutto e per tutto questa figura famigliare, forse un po' severa ma certamente buona d'animo.

Ho volutamente lasciato a parte altri due personaggi.
Uno è lo spirito del cattivo odore, o meglio, quello che si credeva essere lo spirito del cattivo odore (^^), perché in realtà è il dio del fiume: approfittando dell'ostilità nei confronti di Chichiro, Yubaba ordina alla ragazzina di occuparsi del puzzolente ospite, e mentre dipendenti e clienti scappano tappandosi il naso o corrono ad aprire le finestre, Chichiro prosegue da sola, trattenendo l'istinto e mostrando una grande forza di volontà. Questa è una delle più importanti prove che affronta, e che le permetterà poi di guadagnare rispetto e stima anche da parte della stessa Yubaba, che si conferma quindi essere meno malvagia di quanto sembri, o perlomeno, non essere un mostro e nemmeno il male assoluto. Nella figura del dio del fiume appare anche il messaggio ecologista, caratteristica tipica nelle opere di Miyazaki: poiché Chichiro si accorge che l'essere ha "qualcosa" incastrato nel suo corpo, tirandolo con una corda, con l'aiuto di Ren e l'intera troupe delle terme, si scopre essere una bici, e non solo, questa fungeva "da tappo" a una serie incredibile di oggetti, di dimensioni più o meno grandi, ed era per questo che lo spirito aveva quel cattivo odore; in parole povere, l'inquinamento.
L'altro personaggio è il Senzavolto. Apparso più volte dinanzi alla protagonista, lei lo aiuta inconsapevole della sua vera natura: egli è in grado di creare l'oro dal nulla, quindi facendo leva sull'animo avaro degli altri ottiene tutto ciò che vuole, dal cibo a trattamenti termali di lusso; tuttavia c'è una cosa che non riesce ad ottenere, Chichiro! Lei rifiuta ciò che le offre, e dinanzi ai ripetuti rifiuti egli diventa aggressivo e divora altri esseri (uno l'aveva divorato all'inizio per ottenere l'uso della parola), e ingrasserà oltre misura, mai sazio, perché ciò che più desidera è quello che la materia non può dare: l'affetto, l'attenzione di Chichiro. Essendo la responsabile del suo ingresso, la ragazzina s'impegnerà ad allontanarlo dalla struttura termale, e lui nel frattempo si disintossicherà, libererà chi aveva divorato, e la seguirà in silenzio finché non troverà la compagnia della maga Zeniba.
Con Senzavolto si potrebbe dire che è affrontato anche il tema della solitudine, e non a caso è un elemento che ho percepito fin dall'inizio: dall'immensa prateria alla città deserta, dalla vista sul mare dalle camere delle lavoratrici alla rotaia in mezzo al mare, dai paesaggi desolati del finestrino al treno che si svuota, e che in ogni caso era occupato da sole ombre. Aleggia un'atmosfera solitaria, silenziosa, forse per rimarcare il fatto che Chichiro sia rimasta senza genitori e debba affrontare questo compito con le sole sue forze.
Ho poi sottinteso il tema dell'amicizia, tema che diventa poetico nel momento in cui la maga Zeniba porge a Chichiro un elastico tessuto dai suoi amici (Senzavolto, il bambino gigante e l'uccellino); nella scena finale, quando Chichiro torna nel suo mondo e finalmente si guarda indietro, l'elastico nei capelli emette un luccichio, come a simboleggiare che non si tratta solo di un ricordo, nemmeno di un qualcosa che testimonia che tutto è accaduto davvero, perché se lo guardiamo nel senso "elementare", un elastico è un qualcosa che lega, un legame; il legame eterno di Chichiro con i suoi amici della città incantata.

Questo film dalla fantasia sfrenata e le creature bizzarre, fortemente evocativo quanto visionario, è ricco di significati riconducibili alla tradizione popolare giapponese, mentre è facile per un occidentale rimanere spiazzato, specie all'inizio; noi non siamo abituati a tanta originalità, tanto colore, tanta (mi ripeto) fantasia, che mette quasi in soggezione. Ma si tratta di un ostacolo che si può superare semplicemente con la volontà. Ad oggi non ho mai visto un'opera altrettanto ricca - d'immagini e di contenuti - e che non si pone limiti in merito alle fantasticherie: risultato, ieri è stata la terza volta che ho visto questo film. Per chi non lo avesse ancora fatto, è un film da vedere almeno una volta nella vita.

(poi, io amo i draghi! :D Non smetterò mai di ripeterlo ^^)




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