giovedì 2 febbraio 2012

Recensione "Princess Mononoke" di Hayao Miyazaki (Studio Ghibli)



 

"Il fato vuole che tu vada a vedere cosa accade, con occhi non velati dall'odio"
"Gli alberi gridano quando vengono uccisi, ma gli umani non possono udire i loro gemiti."


Comincio la recensione con queste citazioni tratte dall'opera; impossibile scegliere tra le due che meglio rappresentano l'anime, considerando che sono anche quelle che mi hanno emozionato di più. 
A differenza delle altre opere di Miyazaki, magico-favolistiche, in "Princess Mononoke" si respira un'atmosfera pregna d'odio, dove violenza, sangue e crudeltà si manifestano con sempre più frequenza fino al tragico epilogo. Il messaggio ambientalista, tema costante delle opere del maestro, ed evidente nella seconda citazione, qui si fa duro, spietato come non mai.
E' subito chiaro come l'anime sia destinato a un pubblico adulto.
Ciò non significa, però, che si tratti di un film tetro e deprimente, anzi; materialismo, tensione e politica si mescolano con le immagini di una natura rigogliosa, l'amore e la speranza

Tutto comincia quando Ashitaka, principe di un villaggio Emishi, è costretto ad affrontare un gigantesco demone-cinghiale di nome Nago,.apparso improvvisamente dai boschi e diretto verso il villaggio. Durante lo scontro, il demone colpisce Ashitaka al braccio, infettandolo della propria maledizione; l'uccisione di Nago, però, non cambia il destino del ragazzo, ora condannato a subire atroci sofferenze con un'infezione diretta ad espandersi per tutto il corpo fino a provocarne la morte. 
Su consiglio della Saggia Madre, Ashitaka parte per l'Occidente in cerca di salvezza, risalendo alle cause che portarono quello spirito-cinghiale a tramutarsi in demone; per guardare ciò che accade "con occhi non velati dall'odio", appunto. 
L'indizio che fa pensare la Saggia Madre all'Occidente, è un oggetto estratto dal corpo del cinghiale, che Ashitaka scoprirà poi trattarsi di un proiettile; sono infatti le guerre l'evento scatenante, in particolare quella che riguarda la "Città del Ferro", con in testa Lady Eboshi, e la Foresta del Dio Cervo, difesa da un branco di giganteschi spiriti-lupi e l'umana San, chiamata "Mononoke" (spirito vendicativo). 
Appena Ashitaka scopre che Lady Eboshi mira a disboscare la Foresta in quanto risorsa principale del ferro, e San addirittura si presenta con l'intenzione di uccidere Lady Eboshi, decide d'intervenire ascoltando entrambe le parti e cercando di farle riappacificare: è a causa del loro reciproco odio che è nata la maledizione che lo sta lentamente consumando. 
Ma ci sono altri interessi coinvolti nella vicenda: si dice che la testa del Dio Cervo sia la fonte dell'immortalità, per questo l'imperatore ha assoldato dei mercenari per ottenerla...

Dal proiettile rinvenuto nel corpo del cinghiale alle armi prodotte dagli abitanti della città del ferro, si sviluppa il tema centrale di quest'anime: le guerre. Non si tratta solo del conflitto tra civiltà (la città del ferro) e natura (la foresta), ma riguardano anche gli uomini che si scontrano fra loro. Già nelle prime sequenze vediamo che durante il suo viaggio Ashitaka s'imbatte in un villaggio assediato dai samurai, probabilmente gli stessi che poi attaccano anche la Città del Ferro. 
Sono la ricchezza e il potere a muovere gli umani, per questo San "Mononoke" li disgusta, tanto da rinnegare la propria natura e considerarsi come la lupa che l'ha adottata, Moro. Nella storia troviamo anche un accenno alla discriminazione, con gli spiriti-scimmie e gli spiriti-cinghiali della foresta che, infuriati con gli umani che attaccano senza sosta anche di notte, quando gli spiriti-scimmie piantano nuovi alberi, ribadiscono come San non sia né umana né animale.

Emergono anche problematiche quali intolleranza e disinteresse abbinati all'assenza di comunicazione, come se ognuno si sentisse autorizzato a perseguire i propri scopi senza contare delle esigenze altrui, eppure, come nelle altre opere di Miyazaki, è difficile etichettare un personaggio come buono o cattivo: se da una parte certe esigenze individuali non sono propriamente nobili, dall'altra certe azioni portano a rivalutare i comportamenti e a non condannarli
Un esempio è il monaco Jigo che mira semplicemente a portare a termine la missione del recupero della testa del Dio Cervo per conto dell'imperatore; non si cura se sia giusto o sbagliato, si limita ad eseguire. Potremmo forse condannarlo quando vediamo che è anche un cacciatore, ma tentenniamo ricordando che ha aiutato Ashitaka all'inizio della storia, con il suggerimento di dirigersi alla Foresta perché il Dio Cervo avrebbe potuto salvarlo dalla maledizione.
Altro esempio è Lady Eboshi: mira ai profitti derivanti dal commercio del ferro, ma al tempo stesso si prende cura delle donne che erano schiave e dei lebbrosi emarginati, anche se, altra contraddizione, "li adopera" per la causa, con le donne a lavorare il ferro e i lebbrosi a produrre armi; lavorano anche di notte, sebbene a turni.
A tal proposito è interessante la condizione sociale della Città del Ferro, con quel divario fra uomini e donne dove le une si sentono più importanti degli altri perché lavorano (quindi producono), mentre gli uomini si limitano a scortare Lady Eboshi quando va a fare provviste per il villaggio o va in missione nella Foresta. Le donne, pur essendo la storia ambientata nel periodo Muromachi (1336-1573), si permettono di replicare agli uomini senza indugi, talvolta dando pubblicamente dell'imbecille. E' degno di nota anche il fatto che Lady Eboshi faccia costruire fucili leggeri perché destinati a braccia femminili, così come il fatto che lasci la Città del Ferro in completa custodia delle donne quando parte per la Foresta con gli uomini. Poi c'è quella scena in cui Ashitaka aiuta le donne durante il lavoro: con la sua forza a fare da contrappeso, si evidenzia come le doti maschili facciano la differenza. 


Ashitaka sembra essere l'unico da cui emerga il senso della giustizia e l'altruismo: soccorre i feriti, impedisce lo scontro tra Lady Eboshi e San, non si cura delle sue sofferenze e va avanti spinto da nobili ideali. Si sente in colpa quando si rende conto che il suo braccio maledetto colpisce gli avversari con una forza omicida, ma poi impara a conviverci e lo sfrutta in ciò che esula dai combattimenti (sollevando un portone, piegando una spada...); nel corso della storia vedremo anche come la maledizione si propagherà, fino a raggiungergli la mano, poi il torace. Ashitaka sembra essere anche l'unico capace di amare davvero, e col suo amore potrebbe salvare San se solo lei si lasciasse avvolgere da questo sentimento. 
La selvaggia San ha tutti i comportamenti tipici di un essere che ha vissuto in mezzo agli animali: si muove con agilità, ha una furia bestiale, fiuto... ma ha anche dei modi dolci, come quando dorme rannicchiata come un cucciolo o quando imbocca un Ashitaka troppo debole per masticare; quest'ultimo comportamento dimostra anche quanto sia sensibile, così come quando decide di affiancare lo spirito-cinghiale Ottoko perché cieco, e non lo abbandona nemmeno quando la situazione degenera. San infatti è una ragazza di sani valori e principi, ma l'unico modo che conosce per farli valere e attraverso l'uso della forza, spesso anche dove non è affatto necessaria (tipo l'opporsi ad Ashitaka verso il finale). Con alcuni dei suoi atteggiamenti, comunque, San suscita una gran tenerezza. 
Un altro personaggio che mi ha intenerito è il fedele stambecco Yakul che, tra le altre, quando è libero dalle briglie sceglie di restare comunque con il padrone.

Oltre ai protagonisti, un personaggio d'assoluta importanza è il Dio Cervo; le sequenze cinematografiche sono studiate apposta per creare intorno alla sua figura un alone di magia e mistero, di rispetto e timore. La scena che vede il suo arrivo e che si svolge nel totale silenzio, dove di lui vediamo solo le zampe e i fiori che nascono e muoiono al suo passaggio è un'immagine forte, di una bellezza inquietante,
di una poesia agrodolce; l'immagine diventa metafora, perché è il dio che può dare la vita così come la può togliere.
Un altro dettaglio che mi ha colpito, è che siccome il dio cammina a pelo sull'acqua, quando viene ferito le sue zampe s'inabissano per un po', ma poi riemerge...
Al di là di quelli che potrebbero sembrare particolari effimeri, anche le azioni del Dio Cervo non sono dettate a caso: egli, come già accennato, cura la ferita di Ashitaka ma non la sua maledizione; stabilisce il destino di Okkoto, poi quello di Moro e infine quello di San. Ma non cadrò in ulteriori spoiler.
Come non nominare, poi, i simpatici spiriti della foresta, i Kodama? Con quel tintinnio e il movimento della testa dapprima inquietante abbinato a una presenza evanescente, quasi tendessero a mostrarsi con timidezza, sanno essere anche buffi quando imitano Ashitaka che porta in spalle un uomo ferito. 
I Kodama diventano anche un simbolo, nella sequenza finale: basta un'inquadratura per trasmettere un messaggio di speranza; è questo il bello delle opere di Miyazaki e lo Studio Ghibli. 
E' quindi un finale senza eccessi, basato sulla presa di coscienza e quell'ultima immagine evocativa: la natura sopravvive comunque! Ci sono cose per cui noi esseri umani non potremmo mai avere il potere assoluto... per fortuna.

La splendida colonna sonora di Joe Hisaishi non è solo la cornice di questo che considero uno dei miei anime preferiti, bensì una componente importante, oserei dire della storia, perché capace di enfatizzare momenti ed emozioni.
E allora, emozioniamoci:







... e continuerei con queste bellissime immagini...




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