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martedì 3 maggio 2011

Recensione "Soulless" di Gail Carriger

Recensione "Soulless" di Gail Carriger (Baldini Castoldi Dalai)





Alta borghesia e steampunk: la strana coppia a braccetto


La cosa che più mi colpì quando lessi la prima recensione di questo romanzo fu la definizione del genere: un urban fantasy in stile Jane Austen. Sicuramente Gail Carriger si è ispirata alla famosa autrice, tuttavia ho trovato il suo stile dinamico, fresco, caratterizzato da un'ironia pungente e maliziosa, in sostanza, uno stile tutto suo, al passo con i nostri tempi (per fortuna! Lasciamo a J.Austen quel che è di J.Austen!)

La ventiseienne "zitella" dalla lingua lunga, Miss Alexia Tarabotti, la protagonista, mi ha subito ricordato Anita Blake: è un personaggio carismatico nonché l'incarnazione della donna moderna (e qui siamo nel XIX secolo) intraprendente, intelligente e indipendente. E sì, ci mettiamo anche avvenente. La sua arma migliore è la parlantina, ma nel caso in cui non fosse sufficiente, porta sempre con sé un parasole con la punta d'argento, ottimo per difendersi da licantropi e vampiri, e la sua avventura comincia proprio così: uccide un vampiro per legittima difesa. Questi esseri sono ormai integrati nella società inglese, pertanto il vampiro in questione doveva sapere che non è educazione mordere una gentildonna senza il suo permesso, e per di più lei, di cui è risaputo (tra tutti gli esseri soprannaturali) che sia una preternaturale, ossia un'essere senz'anima (soulless).

Già con questo inizio la storia comincerà a velarsi di giallo: come mai tale vampiro non sapeva chi fosse Alexia? Nessun vampiro crea un suo simile senza la dovuta preparazione, quindi da chi è stato creato? E perché? Alexia vorrebbe indagare in prima persona, complice la sua conoscenza col capo del Prin (organo dei soprannaturali), il licantropo Lord Maccon, non sapendo che così facendo andrà a cacciarsi in una situazione pericolosissima, dove s'imbatterà in una creatura dalla natura oscura persino a lei stessa (il "Faccia di cera") e dai risvolti al confine tra l'horror e la fantascienza, steampunk appunto.

La prima parte della storia, tralasciando l'incipit e le indagini preliminari, ci sorprende perché s'incentra sui sentimenti e sui rapporti di Alexia con la sua famiglia, l'amica Ivy, l'eccentrico Lord Akeldama (un mito!), il Professore Lyall, il fedele maggiordomo Floote, lo scienziato americano Mr. McDougall, e soprattutto sul rapporto d'odio-amore con Lord Maccon (dai risvolti prevedibili ma di cui, comunque, fin dall'inizio non se ne fa mistero), poi troviamo una lunga parentesi erotica (inaspettata, questa sì!) che sfocia nella seconda parte assieme ad azione, adrenalina e un pizzico di splatter.
Nonostante gli ingredienti siano troppo diversi tra loro, leggendo si ha modo di gustare una buona zuppa.

Quand'ero ancora a stomaco vuoto, ossia non avevo ancora cominciato a leggere (okay, ora la smetto con queste metafore culinarie), il titolo dell'opera mi aveva indotto a pensare che la storia s'incentrasse sul "Soulless", ossia la caratteristica naturale di Alexia, invece, ciò non accade. Sinceramente non ho ben compreso in cosa consista questa caratteristica, non tanto il fatto che toccando gli esseri soprannaturali questi possano tornare "umani" (perché come c'insegna il romanzo, gli esseri soprannaturali hanno un eccesso d'anima), quanto il fatto stesso che Alexia ne sia priva. Voglio dire: cosa cambia in Miss Tarabotti, nella sua essenza stessa, l'essere una senz'anima? Lo scopriremo nei prossimi libri? In compenso è trattato ampiamente il tema della discriminazione, che non si riferisce alla natura di Alexia in quanto preternaturale (solo i soprannaturali lo sanno), ma alla natura di Alexia in merito alle origini italiane, al suo aspetto (carnagione olivastra, capelli folti e ribelli, forme tutt'altro che aggraziate - la copertina inganna) e il caratterino atipico, così preso dalle nuove invenzioni, dalla meccanica, dai dirigibili e dai libri, invece che dalla moda e le altre frivolezze per cui sono fissate sua madre e le sorellastre. Già, a complicare la faccenda, il fatto che suo padre sia morto e che Alexia, in quella casa, non abbia nessuno dalla sua parte (tranne il maggiordomo Floote).

Poco fa ho aperto una piccola parentesi sulla copertina, ebbene, se mi fossi soffermata su quella non avrei mai desiderato leggere questo libro; saranno gusti, ma a me non piace proprio, specialmente quella posa innaturale, scomposta.
Nel testo ho poi trovato diversi errori di battitura, addirittura delle parole ripetute oppure aggettivi non coniugati alla quantità o al sesso; delle sviste eccessive.
Ho invece apprezzato la scelta d'inserire l'intervista all'autrice e l'assaggio al secondo libro, "Changeless" (dovrebbero fare tutti così quando si tratta di saghe, trilogie ecc.!).

C'è infine un'ultima cosa che reputo importante ai fini di giudicare positivamente un libro: il finale. "Soulless", pur essendo il primo libro di una trilogia, contiene un epilogo soddisfacente, che non soffre d'incompletezza, e si potrebbe quindi considerare auto-conclusivo; ciò che muove all'acquisto del secondo libro è l'affezione ai personaggi, il desiderare assistere alle loro nuove avventure. Forse è stato un po' esagerato tirare in ballo la regina Vittoria sul finale, ma tutto sommato il suo coinvolgimento era stato ribadito più volte fin dal principio. In sostanza sì, leggerei volentieri la seconda avventura di Alexia Tarabotti, soprattutto per scoprire fino a dove è davvero senz'anima.

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