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lunedì 19 agosto 2019

Recensione: "Mansfield Park" di Jane Austen (Newton Compton Editori)

Cari astronauti,
finalmente riesco a recuperare la recensione di un libro che ho letto molto tempo fa: a marzo!
Ho letto "Mansfield Park" in occasione del #MegaGDL organizzato da Leggo Quando Voglio che parte dal saggio "Lezioni di Letteratura" di Vladimir Nabokov (Adelphi) per trattare tutti i libri che sono messi in esame dal professore russo. Il suo giudizio su quest'opera di Jane Austen è stato piuttosto critico, ma io cosa ne penso? Lo scoprirete dopo la scheda del libro!




Titolo: Mansfield Park
Autore: Jane Austen
Editore: Newton Compton Editori
Genere: Romanzo rosa / Classico
Data di uscita di quest'edizione: 17 Marzo 2016
Pagine: 385
Formato: cartaceo ed ebook
ISBN: 978-8854188631
Prezzo: € 4,90
Link per l'acquisto: amazon


Sinossi:
"Mansfield Park", uno dei romanzi più noti e discussi di Jane Austen, narra la storia di Fanny Price. Adottata, ancora bambina, dagli zii Sir Thomas e Lady Bertram, Fanny viene accolta e allevata nella loro lussuosa proprietà di Mansfield Park. Qui cresce, parente povera in un ambiente d'élite, e misura tutta la distanza fra il proprio modello educativo - fondato sul senso del dovere, l'abnegazione, la virtù - e quello, in particolare, della spregiudicata Mary Crawford. Alla fine la protagonista sposerà il cugino Edmund, figlio di Sir Thomas, e con lui si stabilirà definitivamente a Mansfield Park. Al di là dell'apparente trionfo della morale tradizionale, la narrazione contiene un'implicita e corrosiva critica della cultura dominante del primo Ottocento: Fanny - suggerisce l'autrice - realizza, infatti, l'ascesa sociale al prezzo della negazione della propria libertà e spontaneità. Introduzione di Maria Felicita Melchiorri.


Le recensioni e gli articoli di Universi Incantati


Inizio subito col dire che questo libro è considerato il peggiore della Austen e a me ha invece fatto venir voglia di leggere tutti quelli che ancora mi mancano: mi è piaciuto moltissimo!

A destabilizzare i fan della Austen c'è il fatto che la protagonista di questo libro non sia un'eroina alla pari di Liz di "Orgoglio e Pregiudizio" né come Elinor o Marianne di "Ragione e sentimento" che pur con le loro limitazioni erano decise e determinate. La giovane Fanny, protagonista di questo romanzo, è remissiva, docile e silenziosa, umile e dipendente dagli altri, dal loro giudizio, dalle loro vite, consapevole del suo posto nella società, ossia quello al confine, al limite della servitù. Lei è stata adottata dagli zii, strappata via dalla sua famiglia disadattata per capriccio di un'altra zia a cui piace avere il controllo su tutti i nipoti e prendersi i meriti sia che le cose vadano a buon fine sia se le aspettative s'infrangono, rimangiandosi la parola; un personaggio, tale zia Norris, che personalmente ho detestato, ma ho compreso anche il gioco dell'ironica autrice e mi sono fatta quattro risate.




Una nostra nipote, sir Thomas, o almeno, una sua nipote, non può crescere in questo ambiente senza trarne molti vantaggi. Non dico che diventerebbe avvenente come le sue cugine. [...] Lei sta pensando ai suoi figli... ma sa bene che
tra tutte le cose possibili sulla terra, questa a cui pensa è quella che meno
probabilmente accadrà, dato che cresceranno sempre insieme come fratelli e sorelle.
È proprio l'unico metodo sicuro per evitare che si creino relazioni di quel tipo.




In "Mansfield Park" ho visto una favola in stile Cenerentola, con tanto di matrigne egoiste (oltre alla zia Norris ce n'è un'altra, Lady Bertram, che è un'inetta a vivere, che letteralmente usa Fanny per qualsiasi cosa), sorellastre che devono apparire a tutti i costi per trovare il miglior marito, la rivale in amore di Fanny, Mary Crawford, che ha tutte le qualità che mancano alla protagonista ed è intraprendente come le vere eroine Austen con la differenza che non ha cuore, infine l'amore non corrisposto: Edmund. Il ragazzo, tutt'altro che principe, è un uomo mediocre che desidera diventare il parroco del piccolo borgo. Siamo lontanissimi dal fascino di mr. Darcy, ma in fondo non importa perché è l'uomo che Fanny ama, colui che l'ha sempre valorizzata, colui che, assieme al di lei fratello, la rende felice. Per avere il lieto fine, questa favola deve concludersi con Fanny che sposa il suo amato cugino, amico e confidente.
Eppure non ho potuto fare a meno di parteggiare per il cattivo ragazzo, Henry Crawford, il fratello sfrontato e sciupa femmine di Mary che aggiunge un po' di pepe ai rapporti e alla trama.

Finora, però, vi ho mentito, o meglio, vi ho detto una mezza verità.
"Mansfield Park" può sembrare una favola, ma d'altra parte è un romanzo cinicamente realistico. A ribaltare le carte in tavola c'è lo spiazzante finale, oltretutto sbrigativo rispetto al resto del romanzo: vediamo che Fanny è felice, eppure c'è quel particolare che non ci fa chiudere il libro con serenità. È un lieto fine solo all'apparenza, tuttavia è il finale giusto (seppur, ribadisco, frettoloso) per un libro che basava tutto il microcosmo di Mansfield Park sulla superficialità dell'apparire e sulle poche pretese della coppia protagonista.
Rispetto alle altre opere della Austen così semplici e facili da amare, questa sembra celare un senso diverso, profondo, nascosto tra le pieghe delle sottane delle dame protagoniste: a volte le condanni, poi vedi il rovescio del tessuto e ti ricredi, poi fanno una giravolta e non sai più cosa pensare. Mi riferisco in particolare ai fratelli Crawford: sono come attori che vestono una parte e non riesci a distinguere il loro vero io, né quando scendono dal palcoscenico. Non credo sia un caso che agli inizi del libro i ragazzi si preparino a uno spettacolo teatrale improvvisando scenari, costumi, e si dilettano a studiare il copione: "Mansfield Park" stesso è una messinscena per dipingere il ritratto più critico di Jane Austen contro la società dell'epoca. Ciò non toglie che ogni lettore è libero di adottare la chiave di lettura che preferisce; personalmente accetto sia quella critica sia quella favolistica con la rivincita dell'emarginata!

Lo stile di scrittura l'ho trovato scorrevole, nonostante la difficoltà iniziale nell'associare i nomi ai personaggi, complicata dall'utilizzo dei prefissi mrs e miss, ma una volta inquadrati i personaggi le pagine si divorano e ho fatto fatica a fermarmi: è una trama lineare che si sviluppa in tempi ravvicinati e precisi. L'ambientazione è prevalentemente nella piccola Mansfield Park, ma è quando cambia scenario che secondo me l'autrice dà il meglio di sé nelle descrizioni, tanto che ricordo perfettamente i paesaggi a distanza di mesi, così come le scene che coinvolgono i personaggi.

In conclusione, il libro della Austen che fa più discutere e che, forse proprio per questo, è stato per me più interessante di "Orgoglio e Pregiudizio", lo consiglierei agli amanti di zia Jane per conoscere ogni sua sfaccettatura, ma se dovete iniziare a conoscerla, vi consiglierei piuttosto i romanzi sopra citati.


Il voto di Universi Incantati:





Avete letto questo classico?
Cosa ne pensate?
Come lo trovate rispetto alle altre opere della Austen?
Fatemi sapere nei commenti!



domenica 28 luglio 2019

Recensione: "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi (Adelphi)

Cari astronauti,
finalmente recupero una delle recensioni che vi avevo accennato!
Il libro in questione è stato molto importante nel mio percorso di lettrice, perché oltre ad averlo letto in un gruppo di lettura (#aTeheranConNafisi) che mi ha permesso di conoscere altre lettrici appassionate, sensibili e profonde, mi ha fatto riflettere sulla realtà ed è stato anche il punto di partenza per approfondire o scoprire altre opere.
I dettagli nella recensione; per ora, una panoramica generale del libro.




Titolo: Leggere Lolita a Teheran
Autore: Azar Nafisi
Editore: Adelphi
Genere: Saggistica
Data di uscita: 4 Aprile 2007
Pagine: 379
Formato: cartaceo
ISBN: 978-8845921544
Prezzo: € 12,00
Link per l'acquisto: amazon


Sinossi:
Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.


Le recensioni e gli articoli di Universi Incantati


Chi mi legge su Instagram sa che questo libro lo abbiamo scelto, io e altre lettrici, per proporre un gruppo di lettura a tema: #ateheranconnafisi. Abbiamo infatti unito la lettura di questo saggio ai vari libri trattati al suo interno e che fanno da titolo ai capitoli, ovvero, "Lolita" di Vladimir Nabokov (che avevamo appena letto in un altro GDL), "Il Grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald, "Daisy Miller" di Henry James, e "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen che avevamo già letto tutte. In questo modo, il saggio della professoressa Azar Nafisi ci ha accompagnato dal 6 maggio fino al 24 giugno, ma ci ha lasciato delle emozioni così forti, e ci ha trasmesso una gran voglia di leggere e approfondire tutti gli argomenti trattati, che abbiamo deciso di allungare il GDL con la lettura de "Le cose che non ho detto" di Azar Nafisi (che stiamo già leggendo), "Invito a una decapitazione" di Vladimir Nabokov, "La repubblica dell'immaginazione" di Azar Nafisi e "Le mille e una notte".
Questa lunga premessa per mostrarvi che un libro come questo può coinvolgere sia la mente con la sua curiosità e il bisogno di conoscenza che riguarda la questione storica e politica dell'Iran (come pure la sete delle storie più volte citate dalla Nafisi) sia il cuore, perché l'autrice ha una forte sensibilità e ci ha emozionato su un doppio livello: quando raccontava della sua vita sconvolta dalla rivoluzione islamica, e quando parlava del libri facendo un parallelismo con la realtà del momento. Ci ha conquistate al punto che non volevamo più staccarci dal suo racconto, proprio come le alunne del seminario segreto che devono separarsi da lei poiché si trasferisce negli Stati Uniti; ci ha anche unito come non ho mai visto accadere durante un GDL!

"Leggere Lolita a Teheran" è dunque un saggio sui libri autobiografico che mostra gli avvenimenti in Iran prima, durante, e dopo la rivoluzione islamica, un'oppressione che mi ha ricordato un romanzo distopico ma che dà i brividi, fa rabbia e fa piangere perché si tratta di realtà. Non solo biografia, però, perché la prof. riporta anche il vissuto di altre persone, che per proteggere deve velare sotto uno pseudonimo.
Gli aneddoti immergono nella situazione, mentre la scrittura della Nafisi è così evocativa che ci catapulta nell'incubo, in quella gabbia che è l'Iran, e al tempo stesso ci fa rimpiangere quel che rendeva grande Teheran: la cultura, la tradizione persiana, la possibilità delle donne di essere loro stesse e scegliere se indossare il velo per motivi religiosi.

Azar Nafisi spiega perfettamente la questione velo/chador, ed è mettendo al centro le sue studentesse che ci mostra quanto sia difficile la vita di una donna nella repubblica islamica, di come si finisca per annullare se stesse e si rinunci a fuggire perché è un regime che scava nelle profondità dell'essere e lo svuota; illude che non esista altra scelta se non quella di arrendersi, come se ci si riducesse a uno stato vegetativo. Leggendo questo libro emergono tematiche esistenziali, non solo riguardo alla condizione femminile, poiché riguardano anche la sfera dell'amore, della sessualità, e del senso del vivere; per il lettore è inevitabile cominciare a porsi delle domande.




Strano ma vero, la guerra e la rivoluzione ci hanno rese ancora più consapevoli delle nostre vicissitudini personali - soprattutto del matrimonio, il cui nocciolo è la questione della libertà individuale, come Jane Austen aveva
scoperto due secoli prima. Lei lo aveva scoperto, riflettevo; e noi, sedute in quella
stanza, in un altro paese, alla fine di un altro secolo?




Lo stile di scrittura sembra un racconto a tu per tu, scorrevole e con un ottimo ritmo che non annoia mai, ma talvolta occorre fermarsi per digerire la dura realtà dei fatti, perciò da un lato verrebbe da giudicarlo pesante se non fosse che l'autrice intreccia abilmente l'orrore al meraviglioso mondo dell'immaginazione, quello dei libri. I libri come ancora di salvezza, i libri come portatori d'amore e di bellezza. L'arte che salva quel che di umano c'è in noi.

La prof. Nafisi trasmette la sua passione per la lettura, e durante le lezioni sa dare del valore aggiunto a ogni classico, illuminando il lettore su significati e interpretazioni inedite perché rapportate alla vita sotto il regime islamico. Azar Nafisi è riuscita a farmi comprendere, poi accettare, un libro che avrei rivenduto alla prima occasione: "Lolita" di Vladimir Nabokov. Ho abbracciato la sua chiave di lettura e mi è persino venuto voglia di rileggerlo alla luce di quest'interpretazione. Non ho mai avuto fortuna con i professori e rimpiango di non aver avuto come mentore una mente creativa, attenta, sensibile e saggia come Azar Nafisi. Questo saggio la fa amare al punto da desiderare di leggere tutte le sue opere.

Credo fermamente che questo saggio dovrebbero leggerlo tutti, indipendentemente dal fatto che si mastichino abitualmente libri di questo genere oppure no (come stile e scorrevolezza è persino meglio di certi romanzi!), indipendentemente dal credo religioso e politico perché è capace di fare chiarezza: non guarderete più allo stesso modo, indifferente o peggio, una donna con il velo.


Il voto di Universi Incantati:


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I profili Instagram delle altre lettrici del GDL:

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Tutti i post del GDL:
(include quelli delle nuove letture 
aggiunte dopo "Leggere Lolita a Teheran, sempre a tema col saggio)





Cosa ne pensate, carissimi? 
Vi piacciono gli approfondimenti? ;)
Avete letto questo libro?
Fatemi sapere nei commenti!



venerdì 5 luglio 2019

Recensione: "La Metamorfosi" di Franz Kafka

Cari astronauti,
provo a recuperare una delle recensioni arretrate, sperando che il pisolino del mio cucciolo d'uomo continui ancora per un'oretta!
Il libro in questione è un classico che avevo già letto e amato da adolescente; l'ho riletto a maggio scorso in occasione del #MegaGDL organizzato da Leggo Quando Voglio per affrontare poi la lezione inerente nel saggio "Lezioni di Letteratura" di Vladimir Nabokov (Adelphi).
Dopo questa premessa che è un po' uno scioglilingua, vi presento il libro, poi mi lascio andare con la recensione!




Titolo: La Metamorfosi
Autore: Franz Kafka
Editore: BUR
Genere: Narrativa, Classico della letteratura
Data di uscita di quest'edizione: 8 Luglio 1998
Pagine: 105
Formato: cartaceo
ISBN: 978-8817067065
Prezzo: € 9,00  7,65
Link per l'acquisto: amazon


Sinossi:
Cosa si prova a svegliarsi una mattina trasformati in orrendi scarafaggi? Non si può sfuggire a questa domanda, leggendo le prime righe della Metamorfosi, tra le più folgoranti e memorabili della letteratura europea. La descrizione piana e minuziosa del gigantesco insetto, con la sua corazza dura e nera, le zampette che si dimenano, non risparmia orrore e angoscia al protagonista e al lettore. Così questo romanzo, diventato uno del simboli del Novecento, apre a un confronto serrato col dolore, con la violenza, con l'esclusione. Nel commesso viaggiatore Gregor Samsa, che sogna la felicità e scopre l'indifferenza, c'è tutta la tragica condizione dell'uomo contemporaneo.


Le recensioni e gli articoli di Universi Incantati


Avevo letto questo libro da adolescente, ma non ne serbavo ricordi se non a livello emotivo: mi aveva sorpresa per l'originalità e la genialità della trama, la scorrevolezza (perché da giovani si ha la tendenza a pensare che un classico sia pesante!) ed era subito entrato tra i miei libri preferiti.
Leggerlo adesso, a distanza di così tanti anni, con il valore aggiunto dell'esperienza di vita, oltre che di quella letteraria, ha fatto sì che vivessi il libro diversamente, non più con il gusto del divertimento e del fascino del grottesco, non più come una fiaba dark, ma come una storia profonda che riporta un dramma familiare. Si possono mantenere entrambe le chiavi di lettura ed è affascinante in ogni caso, ma durante questa rilettura avevo un sentimento predominante per cui ho finito con l'aprire la porta dello spessore piuttosto che quella della leggerezza.

Questo racconto di appena un centinaio di pagine riesce a mostrare il ritratto di una famiglia composta da madre, padre, figlio e figlia, dove la parte fantastica, quella che vede il protagonista Gregor Samsa tramutato in uno spregevole insetto, è il pretesto per evidenziare le dinamiche dei rapporti. 

Il libro inizia con il giovane Samsa che si risveglia da un sogno profondamente cambiato esteticamente, mentre interiormente è lo stesso: una persona estremamente buona e altruista. Piuttosto che preoccuparsi della sua condizione, infatti, mette prima l'esigenza di non fare ritardo al lavoro; non può rischiare di perderlo perché è così che mantiene la sua famiglia. Nessuno degli altri lavora: il padre è vecchio e stanco (un inetto), la madre è una casalinga (ma può contare su una donna di servizio) e la sorella studia ancora (lui vorrebbe pagarle gli studi al conservatorio).
La cosa che subito colpisce è che Samsa è preoccupato di non riuscire a scendere dal letto, vuole rassicurare il procuratore chiamato dal suo principale, e i suoi, che non salterà il lavoro, mentre sembra ignorare la mutazione che si è compiuta. Samsa si comporta come un essere umano anche nei gesti, quando cerca di stare in posizione eretta, poi prova ad aprire la porta facendo scattare la serratura; dover usare la mandibola per aprirla è il primo passo verso la sua resa all'essere diventato un insetto, ma al di là di quella porta lo attende, soprattutto, la verità sulla sua famiglia, su quanto lui valga per loro (poco).




All'istante, per la prima volta in quella mattinata, provò un senso di benessere fisico; le zampette erano ben salde al suolo, ed egli si accorse con gioia che gli ubbidivano perfettamente; addirittura fremevano dalla voglia di portarlo ovunque egli avesse voluto andare.


È lecito che questo insetto gigante susciti orrore e timore, sentimenti che i genitori non tardano a manifestare, mentre la sorella sembra l'unica gentile poiché si offre di occuparsi dei suoi pasti prima, e di mantenere puliti i suoi spazi poi. Ma è una gentilezza apparente.
Nessuno, infatti, cerca di comprendere Gregor: non si sforzano di comunicare con lui o a immaginare le sue esigenze, e dal momento in cui è credono che si tratti ancora del loro figlio/fratello si dimostrano superficiali ed egoisti, soprattutto perché, nel contempo, si assiste a un'incredibile evoluzione: la famiglia decide di andare avanti, con o senza lo sfortunato figlio. Il padre torna a lavorare, sembra ringiovanito e vigoroso, la madre contribuisce con alcuni lavori da sarta, mentre la figlia fa da cameriera a degli affittuari che ora condividono il tetto con loro. Tutti sembrano stare meglio ora che Gregor è un insetto chiuso nella sua stanza, e mentre lui rincorre quel desiderio di umanità, riscontrabile nel bisogno di osservare la famiglia da lontano, durante e dopo la cena, gli altri perdono completamente questa qualità dal momento in cui decidono di ignorarlo. Eppure Gregor Samsa resta un peso per la famiglia; Gregor Samsa è il loro incubo e i suoi non tardano a manifestare il disagio di averlo tra i piedi. La violenza compiuta dal padre in una rocambolesca scena che è sia comico-grottesca, sia triste-commovente colpisce gravemente Gregor nel corpo, ma è la sorella a dargli il colpo di grazia con la sua dichiarazione senza cuore. È un colpo all'anima, allo spirito umano dell'orribile e dolce Gregor.

La scena finale, l'unica all'aperto, è quindi fortemente evocativa: libera dall'atmosfera opprimente, sia la famiglia, sia Gregor, sia il lettore. Eppure il sapore che lascia è quello amaro.
"È ingiusto", verrebbe da dire. Ma questo non è il racconto di un eroe, bensì quello di una vittima. Il carnefice è sia la società, sia la famiglia, sia lui stesso, perché la grande lezione di vita che lascia è che, purtroppo, farsi in quattro per gli altri rinunciando alla propria esistenza non ripaga; c'è chi non merita tutto questo sacrificio perché se ne approfitta senza ricambiare l'aiuto.

D'altra parte, però, rimane lo spettacolo: questo gigantesco insetto che suscita al lettore emozioni contrastanti (compassione e disgusto, affetto e timore), il quadro familiare che talvolta fa affiorare il complesso di Edipo (non penso che sia un caso il linguaggio usato per dipingere la madre con gli occhi di Gregor...) e verso il finale un desiderio che sfiora l'incesto nei confronti della sorella, la rivalità perenne col padre che sembra il cattivo della storia, e infine la poesia delle scene nella piccola stanza di Gregor (lo sguardo alla finestra, la copertura del quadro sul muro...) con la mobilia protagonista a cui aggrapparsi per conservare il passato e l'umanità. Questo racconto è breve e piccolo come un insetto ma gigante come Gregor Samsa.

La scrittura è fluida, per un capolavoro che si legge in un paio d'ore senza il bisogno né la voglia di fermarsi.
Non posso che confermare il pensiero di qualche anno fa: un classico che non può mancare nella vostra libreria e nella vostra memoria, da tornare a leggere perché capace di offrire nuovi spunti di riflessione, come solo i grandi romanzi sanno fare.


Il voto di Universi Incantati:




Cosa ne pensate, carissimi?
Avete letto questo classico; vi è piaciuto?
Fatemi sapere nei commenti!



martedì 4 giugno 2019

Recensione: "Daisy Miller" di Henry James (Baldini Castoldi Dalai Editore)

Cari astronauti,
anziché recuperare le vecchie recensioni ("Mansfield Park" letto a marzo, "La Piccola Parigi" letto ad aprile, "Albion" letto tra aprile/maggio, "La Metamorfosi" letta a maggio), oggi ve ne propongo una per un libro che ho letto e finito giusto ieri! Prima che mi dimentichi ciò che voglio scrivere a proposito... ;)
Questa è una lettura che deriva dal GDL #ATeheranConNafisi, basato sulla lettura di "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi (Adelphi), una lettura che ci sta prendendo molto e ha creato un gruppo ben affiatato! Per seguire i nostri post vi rimando all'hastag su Instagram #ATeheranConNafisi, mentre qui sul blog è tempo di farvi conoscere questo racconto, prima con la scheda del libro, poi con la mia recensione.




Titolo: Daisy Miller
Autore: Henry James
Editore: BCDeditore 
Genere: Narrativa, Classico della letteratura
Data di uscita di quest'edizione: 10 Aprile 2012
Pagine: 95
Formato: cartaceo
ISBN: 978-8866203209
Prezzo: € 5,90 2,66
Link per l'acquisto: amazon


Sinossi:
Daisy Miller è una giovane americana, spontanea e sincera, in vacanza in Europa che, nonostante la sua assoluta innocenza, viene criticata e addirittura messa al bando dai suoi connazionali per i suoi modi disinvolti e per i suoi rapporti troppo amichevoli con un giovane italiano.


Le recensioni e gli articoli di Universi Incantati


Daisy Miller è un racconto di appena un'ottantina di pagine, incentrato sulla conoscenza di una giovane ed emancipata americana da parte del protagonista Frederick Winterbourne, suo connazionale.
La storia è raccontata dall'autore quale voce narrante che segue esclusivamente Winterbourne quanto arriva a Vevey, in Svizzera, per trovare la zia, che poi subito s'imbatte in un ragazzino loquace e scalmanato che le presenta la sorella Daisy Miller: a seguito di un'uscita che prevede la visita nel celebre castello Château de Chillon, dove Winterbourne le fa da guida col pretesto di passare del tempo da solo con lei, la ragazza le dà appuntamento a Roma, ed è qui che si spostano gli atti finali.

I veri protagonisti di questa storia non sono gli americani affascinanti dal "vecchio mondo" europeo, ma il pettegolezzo e il pregiudizio, quest'ultimo spesso collegato alla terra d'origine (le ragazze americane sono civettuole e i ragazzi italiani dei pavoni senza nulla da offrire), alimentato dai comportamenti di Daisy, ritenuti sconvenienti perché esce con uomini diversi, senza considerare la tarda ora, per di più lo fa da sola senza mai essere seguita dalla madre come invece impone l'etichetta. Il fatto è che la ragazza non è consapevole delle voci che circolano sul suo conto e non se ne cura: lei segue semplicemente il suo istinto ed è spontanea, del tutto ignara delle regole del bon-ton, in generale di scarsa cultura, persino ingenua nel fidarsi così ciecamente di qualsiasi uomo che le si presenti; pretende poi le stesse facili inclinazioni dagli uomini che subiscono il suo fascino, arrivando persino a offendersi all'idea che Winterbourne, appena conosciuto, abbia un'altra donna cui tornare a Ginevra, e si irrita nel vederlo presentarsi a Roma solo due mesi dopo. Gli tiene persino il muso! E' chiaro che Daisy Miller sia un po' sopra le righe e alquanto bizzarra per l'epoca, ma sembrerebbe di vedere una ragazza d'oggi, indipendente, circondata da pretendenti, e forte di questo, un po' capricciosa. Per certi versi mi ha ricordato Emma Bovary, con la differenza che Daisy Miller sembra conservare quella sua aria innocente e pura, quasi fanciullesca, e mi ha ricordato anche l'omonima Daisy de Il Grande Gatsby, ma solo per quanto riguarda il fascino che subiscono gli uomini quando se la trovano davanti. In ogni caso, Emma Bovary e l'altra Daisy sono donne sposate, perciò Daisy Miller, nubile, potrebbe flirtare quanto vuole! Ma la società perbuonista americana preferisce condannarla e allontanarla pur di salvare la faccia, ostinandosi a ritenersi migliore, quando l'autore ci informa, ad esempio, che "Winterbourne ricordava d'aver sentito dire che le sue belle cugine di New York, figlie delle due figlie di questa signora (Ndr: Mrs. Costello), erano delle 〝incredibili civette〞" quasi a dimostrare che chi giudica è a sua volta giudicato e soggetto a malelingue. Lo stesso Winterbourne non fa eccezione: il racconto si apre proprio con questa sua presentazione: "Aveva ventisette anni; quando i suoi amici parlavano di lui, sostenevano che la ragione del suo prolungato soggiorno a Ginevra fosse la sua devozione per una signora, straniera e più vecchia di lui. Ben pochi americani - anzi, forse nessuno - avevano mai visto questa donna, attorno cui circolavano stane leggende...", è a sua volta complice di preconcetti quando incontra il nuovo amico di Daisy ("Mr. Giovanelli aveva certamente un bell'aspetto, ma Winterbourne si sentì ribollire di indignazione al pensiero che la sua graziosa compagna non sapesse distinguere istintivamente un galantuomo da un tale soggetto. Giovanelli chiacchierava, scherzava e si rendeva gradevole. Bisognava ammettere che, per essere un'imitazione, era un'imitazione abilissima") e finisce col dare credito alle voci su Daisy, soffocando sia la curiosità che aveva nei suoi confronti sia quel sentimento che stava per nascere per una sorta di pseudo gelosia che definirei competizione al testosterone. Ed è proprio quando si perde l'incanto che la realtà presenta il conto; sono le parole di Winterbourne la condanna definitiva di Daisy, mentre le righe finali parlano ancora delle voci in circolazione su questa misteriosa donna che lui avrebbe a Ginevra. Il cerchio si apre con i pettegolezzi su Winterbourne, e così si chiude.

L'epilogo, inaspettato e insospettabile, sembrerebbe insensato per come si pone e ci lascia un po' male, ma è palese che contenga un messaggio: la società americana sembra perseverare nel suo peccato, mentre Winterbourne è divorato dai sensi di colpa e dal rimpianto, e ha infine compreso che Daisy era  una vittima innocente, una ragazza semplice, anticonvenzionale, che, come dice l'italiano Giovanelli, "faceva ciò che voleva!" A tal proposito, cito un altro passo all'interno del racconto che credo sia uno dei più significativi, oltre che a riassumere perfettamente il tema del libro:




Winterbourne non la incontrò più nei salotti delle comuni conoscenze perché, come poi seppe, queste accorte persone avevano deciso che la ragazza esagerava. Smisero di invitarla e fecero capire che desideravano fermamente dimostrare, a beneficio degli osservatori europei, la grande verità che, malgrado Miss Daisy Miller fosse una bella giovane americana, il suo contegno non era bello affatto, ma anzi veniva considerato mostruoso dai suoi stessi compatrioti. Winterbourne si chiese che cosa pensasse Daisy di tutta quella gente che le voltava impietosamente le spalle, e qualche volta lo turbava il sospetto che lei semplicemente non sentisse né sapesse niente. Si diceva che era troppo leggera e infantile, troppo primitiva e irragionevole, per soffrire o temere un simile trattamento. In altri momenti, pensava invece che si racchiudesse, nella sua elegante e irresponsabile personcina, una spavalda, appassionata e lucida coscienza dell'impressione che produceva. Si chiese se l'aria di sfida che Daisy mostrava le venisse dalla consapevolezza della sua innocenza o dal suo essere sostanzialmente una giovane donna assai audace. [...] Come ho già avuto occasione di dire, era stanco di trovarsi costretto a
ragionare sempre su quella ragazza; era avvilito dalla propria indecisione, dal non
avere una certezza istintiva su quanto le eccentricità di Daisy fossero
generiche e nazionali o volgarmente personali.




Volendo, potremmo leggervi anche un altro messaggio: l'amore è quella forza che ci chiude all'ascolto di tutte le altre voci per concentrarsi unicamente sul nostro cuore, quello soltanto.

Sarò sincera e ora riporterò alcune mie riflessioni sul libro: questo racconto si legge fin troppo velocemente, non brilla per lo stile di scrittura e le descrizioni si limitano all'essenziale, ci sarebbero alcune lacune riguardo al profilo dei personaggi... ma non è questo ciò che conta! Quando ho chiuso il libro sono rimasta perplessa ed ero tentata a esprimere un giudizio che non fosse superiore alle tre stelle, ma il giorno dopo, oggi, quando ripensavo al nocciolo della storia e a ciò che vuole trasmettere, ho pensato che ero stata troppo severa e limitata. Non voglio di certo essere come la società americana denunciata dall'autore: voglio guardare in profondità, oltre la superficie.
"Daisy Miller" merita di essere letto perché è di una semplicità apparente, e a distanza di giorni mi ha lasciato qualcosa nel cuore, e qualcosa anche su cui ragionare.
Una prerogativa della grande letteratura, giusto?


Il voto di Universi Incantati:




Cosa ne pensate, carissimi?
Avete letto questo classico; vi è piaciuto?
Fatemi sapere nei commenti!



giovedì 21 febbraio 2019

Recensione "Madame Bovary" di Gustave Flaubert (Einaudi)

Cari astronauti,
come forse sapete sto partecipando al #MegaGDL organizzato da Leggo Quando Voglio, e tra i libri presi in esame ne "Lezioni di Letteratura" di Vladimir Nabokov c'è, appunto, "Madame Bovary" di Gustave Flaubert; lo abbiamo letto in questo Febbraio e l'ho terminato giusto ieri sera.
E' un libro che mi ha lasciato tanto, quindi non vedo l'ora di riversare le mie emozioni in questa recensione!

Riassunto della prima parte e relative riflessioni iniziali QUI


NB: la mia edizione era uscita in abbinamento al Quotidiano Nazionale, ma copertina a parte è la stessa della Einaudi, con traduzione e nota di Natalia Ginzburg e un saggio di Henry James.

NB2: vi riporto la sinossi tagliando tutta la parte che anticipa gli eventi! ;)




Titolo: Madame Bovary
Autore: Gustave Flaubert
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa, Classico della letteratura
Data di uscita: 9 Giugno 2015
Pagine: 397
Formato: cartaceo ed ebook
ISBN: 978-8806227906
Prezzo: € 9,00 cartaceo / € 2,99 ebook
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Sinossi:
Charles Bovary, un modesto medico di campagna, sposa in seconde nozze Emma Rouault. Emma, sognatrice e romantica, è presto delusa dalla mediocrità del marito e dalla sua vita in provincia. 


Le recensioni e gli articoli di Universi Incantati


Avevo cominciato a leggere questo classico alcuni anni fa, ma avevo abbandonato la lettura poiché ero tutta presa dalle scadenze dei libri che mi erano stati inviati per collaborazione, e c'è da dire che, pur avendo suscitato in me un certo interesse già da allora, mi ero pure fermata perché quella prima parte è la più lenta, e a tratti prolissa, di tutto il romanzo. Mi sarebbe bastato andare avanti qualche pagina per trovare maggior motivazione, poiché la storia di Madame Bovary è una storia che va in crescendo.

Flaubert comincia prendendola alla larga, presentandoci Charles Bovary attraverso immagini della sua infanzia (un incipit ingegnoso che ce lo mostra al suo primo giorno di scuola, rigido e goffo, preso di mira dai suoi compagni e preso in giro anche dal professore per via della sua pronuncia) e del suo rapporto coi genitori (che si trovano completamente in disaccorso sulla sua educazione), dalle sue umili origini contadine alle alte ambizioni della madre che vuole farne un medico e lo spinge a laurearsi prima del tempo; gli trova lavoro in una cittadina che ha da poco perso il suo dottore, e gli procura persino una moglie con una buona rendita che però si rivela solo frutto di dicerie. Tale moglie, accusata dalla madre di Charles, presto muore lasciandolo vedovo, ed è così che Charles decide di fare la proposta a Emma, una ragazza "elegante" (pure se contadina), conosciuta grazie alle cure che Charles aveva prestato a suo padre, e che l'aveva subito colpito per i modi raffinati e per la graziosa sensualità.

L'autore spende l'intera prima parte a presentarci Charles Bovary dal'infanzia all'età adulta, poi fa la stessa cosa con Emma Rouault, includendo le vite dei rispettivi genitori. In questo modo forma un quadro a tutto tondo per quanto riguarda le loro personalità, ma se per Charles è subito chiaro quel temperamento sempliciotto, perbuonista, senza malizia, senza carattere, senza ingegno, succube di ogni figura femminile che fa parte della sua vita (la madre, la prima moglie, poi Emma), per Emma è molto difficile usare una definizione vista la complessità del personaggio. Emma non è solo l'adultera, come la fama del libro può indurre a pensare. Emma è una grande contraddizione e in lei coesistono i volti di mille donne: è la fanciulla che ingenuamente sogna di vivere le avventure e le passioni dei libri; è la moglie insoddisfatta e annoiata, insofferente verso la quotidianità della vita coniugale; è la madre che non sopporta di vedere la figlia e la respinge; è la musa dei poeti; è l'insopportabile fidanzatina che ti s'incolla addosso e non ti lascia respirare; è sia la vergine graziosa sia l'amante passionale; è egoismo e ipocrisia; è edonismo, sfarzo, e culto del bello, e in quel sottile confine tra amore e odio mi ha conquistata perché, semplicemente, è vera. Personalmente la ritengo un'eroina romantica, bohemiène e decadente; se questo libro è il precursore del realismo, lei è il canto del cigno del romanticismo, la (sua e non solo) resa alla realtà.
Va anche detto che non c'è nulla di eroico nelle sue imprese e anzi, piuttosto è l'esatto contrario, e non è tanto romantica ma più che altro materialista (lo dicevo che è contraddittoria!), eppure è il suo irraggiungibile ideale, quell'elevazione all'amore platonico che lei sa tradurre prima attraverso fantasticherie, poi cedendo ai piaceri della carne, ma che non si sazia né per mezzo di uno né per mezzo dell'altro. E' una donna in continua ricerca, forse più della pace interiore che dell'amore, e come ha detto qualcuno, in fondo è coraggiosa, emancipata, pure se ingenua e nient'affatto furba come crede.
C'è chi ha scritto di odiarla, ma io non ci sono riuscita (salvo nei casi estremi) perché Flaubert narra anche dal suo punto di vista e, per come ci mostra le cose, mi ha fatto entrare in empatia portandomi al di là dei giudizi e dei pregiudizi, indipendentemente dall'accettare o respingere i suoi comportamenti. Inevitabilmente, in alcune cose mi è piaciuta e in altre no, ma non era importante: è come quando guardi un'opera d'arte che ti suscita emozioni; non la giudichi, "senti" e basta. E forse è la prima volta che mi accade una cosa simile.

Mi sono soffermata su Emma ma ogni personaggio di questa storia è memorabile, dai principali ai secondari: il devoto marito Charles, il libertino Rodolphe, il praticante Léon, ma soprattutto il farmacista Homais che per me è stato un vero spasso con le sue idee rivoluzionarie, il continuo affronto alla chiesa e le sfide al prete (bellissima l'immagine finale dove sono entrambi stanchi e la mente si è arresa alla comune sensazione fisica)! E Homais è anche arrivista, esattamente come la madre di Charles, esattamente come Emma... sono tanti i personaggi che hanno alte aspirazioni, e nessuno è pulito, salvo la piccola Berthe. Sono personaggi che hanno grossi difetti e scheletri nell'armadio, come il notaio che palpeggia Emma, il giovane Justin che diventa complice suo malgrado, la domestica Félicité che alla fine arraffa tutto e adieu. Alla fine della storia, a rimetterci sono solamente i deboli, come Berthe, come il cieco che è tormentato da Homais, e quel poveretto che si ritrova senza la gamba. Ma tra i deboli io considero anche la stessa Emma.

Riguardo allo stile di scrittura, spicca una cura maniacale per i dettagli (tipo nelle interminabili nozze!), una ricercatezza nelle similitudini che crea una prosa poetica e romantica, con le scene d'amore velate, eppure dalle note sensuali.




Rodolphe le stringeva la mano, e la sentiva tutta calda e fremente, come una tortorella prigioniera che voglia riprendere il volo; ma, sia che essa tentasse di liberarla, sia che invece rispondesse a quella pressione, ebbe una mossa delle dita; egli esclamò:
«Oh grazie! non mi respingete! siete buona! capite come io son vostro! Lasciatevi guardare, contemplare!»
Una raffica di vento venuta dalla finestra increspò il tappeto della tavola, e giù sulla piazza, tutte le grandi cuffie delle contadine si sollevarono, come ali di farfalle bianche in tumulto.
«Uso di pannelli di semi oleosi,» continuò il Presidente. Procedeva frettoloso: «Concime fiammingo...»




Mi hanno colpito le scene come quella che ho riportato qui sopra, dove si compiono gli eventi che coinvolgono l'intero paese contemporaneamente alla particolare situazione che vive Emma; questa considerazione dell'ambiente nella sua totalità rende il quadro completo e aggiunge ulteriore realismo, e in certi casi anche un po' di comicità. Oltretutto, nel particolare del farmacista tutto preso a preparare le marmellate coi figli e l'intera famiglia, si lascia un certo dettaglio, apparentemente insignificante, che sarà poi determinante nella storia; niente è lasciato al caso.
Se nella prima parte le descrizioni dell'ambiente erano così prolisse da annoiare un po', nelle ultime due parti l'ambientazione si limita all'essenziale e le descrizioni si focalizzano sulle azioni, sugli stati d'animo, sui dialoghi; ciò nonostante le scene sembrano scorrere davanti agli occhi con la precisione di un film. Il ritmo si fa incalzante e ogni capitolo attira quello successivo poiché lascia sempre un cenno a degli eventi che accadono poi, e in generale, la trama è costantemente imprevedibile, fino alla fine.

Il finale mi ha trasmesso inquietudine, un po' come aveva fatto "Il ritratto di Dorian Gray"; del resto, sia Dorian sia Emma sono maledetti. Dannati. Mi ha soprattutto colpito come l'autore abbia deciso di mostrare l'intera raccapricciante scena, lunga e dolorosa, e come abbia deciso di prolungare la sofferenza attraverso le reazioni dei personaggi vicini. Ciò che emerge, alla fine, è una sorta di morale, ed Emma si rivela essere il simbolo, il mezzo per esprimerla.
E in un certo senso, spiazza, svuota.

Eppure sono sicura che un simile capolavoro non lo dimenticherò mai.


Il voto di Universi Incantati:





Cosa ne pensate, carissimi?
Avete letto questo grande classico; vi è piaciuto?
Amate o odiate Emma? XD
Fatemi sapere nei commenti!



giovedì 7 febbraio 2019

#MEGAGDL: "Madame Bovary" di Gustave Flaubert I parte

Cari astronauti,
come ogni giovedì mi dedico al #MegaGD organizzato da Sam di Leggo Quando Voglio!
Per chi non lo sapesse, si tratta di un gruppo di lettura che parte da "Lezioni di Letteratura" del prof. Nabokov (Adelphi) per portarci a leggere ogni romanzo classico in esso trattato.
Dopo "Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde" letto il mese scorso, a Febbraio è il turno di "Madame Bovary" di Gustave Flaubert, libro che avevo iniziato diversi anni fa ma non più terminato per dare precedenza ai libri che mi erano stati gentilmente inviati da autori e case editrici.

Finalmente si è presentata l'occasione, per me, di recuperarlo!


#MegaGDL di Leggo Quando Voglio
"Madame Bovary" di Gustave Flaubert
I parte: Prima Parte + Seconda Parte fino al capitolo 6


Io, mio figlio, il mio cane, e Gustave Flaubert con Madame Bovary e gli altri!

Il mio breve commento su questa parte:

"Mi sta piacendo molto: trovo i protagonisti interessanti soprattutto nei loro difetti (Emma prima sognatrice poi infelice, prigioniera di un matrimonio insoddisfacente, poi Charles nella sua goffa ignoranza che riguarda persino il suo mestiere di medico, ma mi hanno colpito anche la madre di lui iperprotettiva e il padre di lei nel giorno in cui si separano). Mi sta piacendo anche nelle descrizioni, che seppur talvolta prolisse, spesso ricalcano similitudini con lo stato d'animo dei protagonisti, particolare che adoro. Penso sia un romanzo imprevedibile e sono carica di aspettative e curiosità."
Leggi le opinioni degli altri del GDL QUI!


Io che leggo "Madame Bovary" e mio figlio che ci si addormenta sopra

Riassunto, riflessioni e appunti

  • L'incipit trovo che sia straordinario. Come hanno notato alcuni del gruppo, è narrato in prima persona plurale, quindi in modo diverso rispetto a tutto il resto del romanzo, ma a me personalmente non ha disturbato la cosa, anzi, mi sembrava di essere a scuola e di assistere  con gli altri l'arrivo di "uno nuovo".
  • Con l'episodio del berretto, già si delinea il carattere del protagonista Charles Bovary, e c'è una cura maniacale per descrivere i particolari: i suoi gesti, la sua voce, la pronuncia, e ovviamente anche l'abbigliamento. 
  • "S'alzò allora improvviso il baccano, salì in crescendo, con scoppi di voci acute (era un urlare, un abbaiare, uno scalpitare, un riptere Charbovary! Charbovary!), poi vagò in note isolate, placandosi a fatica, e a tratti ridestsandosi di colpo tra una fila di banchi dove ancora affiorava, come un petardo mal spento, qualche risata soffocata".
  • Carinissimo poi questo passo che rivela il suo nome: "il professore, giunto ad afferrare, dopo esserselo fatto dettare, compitare e rileggere, il nome di Charles Bovary"
  • Prima di raccontare di Charles Bovary, l'autore parte dalla famiglia descrivendo il padre sfaticato, vizioso e approfittatore del patrimonio della moglie, poi l'incontro della madre e l'effetto di quel matrimonio su di lei ("Vivace un tempo, espansiva e tutta amorosa, era, nell'invecchiare, divenuta - come il vino che quando evapora si cambia in aceto - di carattere difficile, querula, nervosa. Avava tanto sofferto senza lamentarsi, prima, quando lo vedeva correr dietro a tutte le mignotte del paese...") poi continua descrivendo la madre iperprotettiva che lo stravizia e ha alte ambizioni per lui. A questo punto comincia a narrare della sua infanzia e di come i genitori avevano un'idea diversa riguardo alla sua istruzione ("Gli insegnò a leggere ed anche gli apprese a cantare, su un vecchio pianoforte che aveva, due o tre piccole romanze. Ma a tutto questo, il signor Bovary, incurante di lettere, diceva che "non era il caso!" Avrebbero mai avuto i mezzi per mantenerlo alle scuole pubblighe, per pagargli un impiego, o un negozio? D'altronde, "con un po' di faccia tosta, un uomo al mondo fa sempre fortuna". La signora Bovary si mordeva le labbra, e il bambino vagabondava per il villaggio").
  • Il carattere di Charles Bovary si definisce fin dalle prime pagine e fin da quand'era ragazzo. Mi ha fatto sorridere come si precisano i suio comportamenti davanti a determinate situazioni! "Non uno di noi saprebbe adesso ricordare nulla di lui. Era un ragazzo di temperamento sobrio, che giocava nell'ora di ricreazione, studiava nell'aula di studio, stava attento in classe, nel dormitorio dormiva bene, e nel refrettorio mangiava bene".
  • I genitori, infine, lo mandano prematuramente a studiare medicina. Dal canto suo, il povero Charles non riesce a comprendere nulla, e comincia ad esercitare il mestiere di medico dopo che la madre premurosa gli trova lavoro nel paesino di Tostes.
  • La madre è talmente ossessionata dall'occuparsi del figlio che gli trova persino la moglie (Héloise): una vedova brutta e matura, ma con una rendita altisonante. Addirittura la madre di Charles allontana gli altri pretendenti alla sua mano!
  • "Charles aveva intraveduto nel matrimonio l'avvento d'una condizione migliore, figurandosi che sarebbe stato più libero, e che avrebbe potuto disporre della propria persona e del proprio denaro. Ma la moglie prese il comando; lui doveva, davanti alla gente, dire così, non fare così, mangiare di magro il venerdì, andra vestito come credeva lei, all'ordine di lei assillare i clienti che non pagavano. Lei gli apriva le lettere, spiava ogni suo passo, e appiattata contro la parete stava in ascolto, quando lui visitava i pazienti nello studio, se c'erano donne".
  • Un giorno Charles va a visitare un uomo, il signor Rouault, che ha una frattura nella gamba; qui conosce sua figlia Emma e rimane subito colpito da lei, dalla sua bellezza e dai suoi modi (prima nota di sensualità: "nel cucire, si pungeva le dita, portandosele poi alla bocca per succhiarle", poi "labbra carnose", "il collo le usciva da un colletto bianco"...). A seguito di quest'incontro, Charles decide di tornare a visitare l'uomo regolarmente, anche quando è ormai guarito. Nemmeno Charles stesso si rende conto di farlo per Emma: "Quei giorni s'alzava presto, partiva al galoppo, spronava il cavallo [...] Amava di vedersi arrivare nel cortile [...]. Amava il fienile e le stalle; amava papà Rouault, che gli batteva sulla mano e lo chiamava il suo salvatore; amava gli zoccoletti della singnorina Emma sulle piastrelle lavate della cucina".
  • Ovviamente la moglie di Charles, già gelosa di suo, si accorge di queste assenze appena scopre che il signore Rouault ha una figlia. Si informa sul suo conto e s'ingelosisce per come parlano di lei, fino ad arrivare a detestarla. Fa continue allusioni a suo marito ma lui non afferra, finché la donna è costretta, dalla disperazione, a fargli giurare di non andar più da loro: "Egli dunque obbedì; ma l'audacia del so desiderio insorse contro il suo comportamento servile, e, per una sorta d'ipocrisia ingenua, egli ritiene che quel divieto di vederla fosse per lui come un diritto ad amarla." Charles comincia persino a paragonare l'aspetto fisico delle due donne, preferendo ovviamente la giovane Emma.
  • A questo punto, per combinazione, accade che un notaio compare e porta via tutti gli averi di Hèloise, la moglie di Charles: "tuttavia, di tutto quel patrimonio magnificato a gran voce, nulla, salvo qualche mobile e pochi stracci, era comparso nella vita coniugale [...] Dunque aveva mentito, la buona signora!". Che sorpresa! E che ironia! Ma si tratta di un evento di un certo peso, dato che i genitori di Charles attaccano duramente Hèloise e poco dopo lei s'ammala e muore.
  • Durante il periodo di lutto, Charles torna a casa di Emma e del padre, e quest'ultimo si dimostra comprensivo, ricordando la sua vedovanza. Gli fa poi presente che Emma ogni tanto pensa a lui.
  • Gli altri gesti civettuoli di Emma: "lei per bere si buttava all'indietro; e con la testa rovesciata, le labbra sporte in fuori, il collo teso, rideva di non sentire niente, mentre con la punta della lingua, passando fra i piccoli denti, leccava a colpetti il fondo del bicchiere". Nel contempo, Charles matura il desiderio di sposarla.
  • Ogni tanto il punto di vista cambia, e per un attimo vediamo anche il pensiero del padre di Emma: "Quando s'accorse che Charles aveva le gote rosse se stava vicino a sua figlia, il che significava che in uno dei prossimi giorni vi sarebbe stata una richiesta di matrimonio, ruminò in anticipo tutta la faccenda. Certo lo trovava un po' mingherlino, e non era il genero che aveva sperato; ma lo dicevano uomo di comportamento buono, parsimonioso, grandemente istruito, e senza dubbio non avrebbe fatto troppe sottigliezze sulla dote. Ora, poiché papà Rouault si trovava costretto a vendere fra poco ventidue acri del bene suo, e doveva parecchio al muratore, parecchio al sellaio, e il perno del torchio andava cambiato: "Se me la chiede, - disse, - io gliela do"." Passa una buona mezz'ora più altri diciannove minuti prima che Emma dia il suo consenso. Questo a me fa pensare che lei fosse molto indecisa sullo sposarsi con lui,e e che fu il padre a convincerla.
  • La descrizione degli invitati al matrimonio, del corteo, e del banchetto di nozze, è la più minuziosa di tutto quanto letto finora! A tratti prolissa... sembra davvero un matrimonio lungo! "Tutti apparivano tosati a nuovo, le orecchie gli sporgevano in fuori, s'erano rasati a fior di pelle; anzi qualcuno che s'era alzato prima dell'alba, sbarbandosi alla poca luce, aveva ora sfregi in diagonale sotto al naso, o sulle mascelle escoriazioni larghe come scudi da tre franchi, le quali nel percorso all'aria libera s'erano arrossate, istoriando qua e là di chiazze rosa quelle grasse facce bianche trionfanti."
  • La madre di Charles non approva il matrimonio ma il figlio è già devotissimo a Emma, e anche molto tenero, come non era stato con la precedente moglie: "La chiamava moglie cara, le dava del tu, chiedeva di lei a ognuno, la cercava ovunque, e spesso la conduceva con sé nei cortili, così che lo scorgevano, lontano, fra gli alberi, cingerle col braccio la vita."
  • Mi è piaciuto leggere il passato di papà Rouault quando ricorda l'affetto per la moglie: "Ricordò il proprio matrimonio, il tempo d'una volta, la prima gravidanza della moglie; era molto felice, lui pure, il giorno in cui se l'era portata a casa dalla dimora paterna, quando la teneva in groppa cavalcando al trotto sulla neve; era l'epoca intorno a Natale e la campagna era tutta bianca; lei si reggeva a lui con un braccio; all'altro aveva appeso il suo canestro; il vento agitava le lunghe trine della sua acconciatura caucese, che a volte le volavano sulla bocca, e quando lui voltava il capo, vedeva accanto a sé, sulla propria spalla, una piccola faccia rosea che sorrideva in silenzio..."
  • La descrizione della casa in cui vive Charles fa già preannunciare la delusione che proverà Emma, viste le sue aspettative. Soprattutto il fatto che nella camera da letto ci sia ancora il bouquet della prima moglie!
  • Poi ci colpisce come un manrovescio questo pezzo: "Ora possedeva per sempre quella donna graziosa che adorava. L'universo, per lui, non esisteva al di là della ruota di seta della sua sottogonna; si rimproverava di non esser con lei a darle amore, aveva voglia di rivederla; rientrava rapido, saliva le scale col cuore che batteva. Emma, nella sua camera, si stava vestendo; egli sopraggiungeva a taciti passi, la baciava sulla schiena, lei gettava un grido. Non poteva trannenersi dal toccare di continuo il suo pettine, gli anelli, il fisciù; a volte, le dava sulle guance gran baci a piene labbra; o copriva di piccoli baci fitti il suo braccio nudo, dalla punta delle dita alla spalla; e lei lo respingeva, un poco sorridente e un poco annoiata, come facciamo con un bambino che ci sta appiccicato. Prima di sposarsi, essa aveva creduto di sentire amore; ma la felicità che doveva nascere da questo amore non era venuta; dunque s'era sbagliata, pensava. E emma cercava di sapere che cosa si intendesse di preciso nella vita, con le parole felicità, passione ed ebbrezza, che le erano sembrate così belle nei libri."
  • A seguito di queste dure parole, l'autore ci mostra la gioventù di Emma, sognatrice e romantica in covento. Inizialmente leggiamo questo: "Quando andava a confessarsi, inventata dei piccoli peccati, per rimanere là più a lungo, in ginocchio nell'ombra, con le mani giunte, il viso alla grata sotto il sussurrio del prete. Le immagini di fidanzato, sposo, amante celeste e matrimonio eterno che tornano sempre nelle prediche, le alzavano dal fondo dell'anima dolcezze inattese." Nella stessa pagina prosegue così: "Avvezza alle visioni serene, si volgeva invece a quelle tumultuose. Amava il mare soltanto per le sue tempeste, e il verde quando era sparso fra le rovine." Da qui si evince che ha un carattere estrememate passionale, e che non ama affatto le cose semplici. 
  • Grazie a un'anziana zitella che veniva spesso in convento, impara a conoscere i libri; sono queste fantasie la sua condanna? "Non c'erano che amori, amanti, signore perseguitate che svenivano in padiglioni solitari, postiglioni uccisi a ogni tappa, cavalli massacrati a ogni pagina, foreste oscure, tumulti del cuore, giuramenti, singhiozzi, lacrime e baci, barchette al chiar di luna, usignoli nei boschetti, gentiluomin forti come leoni, dolci come agnelli, virtuosi come non è mai nessuno, sempre ben messi, e lagrimanti come urne. Per sei mesi, a quindici anni, Emma s'imbrattò le mani con quella dìpolvere delle vecchie biblioteche."
  • La ricerca di Emma per il tomento e la passione si nota anche nella parte che riguarda la morte di sua madre: "Emma fu intimamente contenta nel sentirsi arrivata così di primo acchito a quel raro ideale delle esistenze esangui, non mai raggiunto dai cuori mediocri. Si lasciò dunque scivolare nei meandri lamartiniani, ascoltò le arpe sui laghi, tutti i canti dei cigni morenti, ogni cader di foglie, le vergini pure che salgono al cielo, e la voce dell'Eterno che discorre nelle vallate. Se ne annoiò, non lo volle ammettere, continuò per abitudine, poi per vanità, e fu infine sorpresa nel sentirsi pacificata, e col cuore sgombro di tristezza come la fronte di rughe." Rileggendolo ora mi sembra l'antenata degli emo! XD
  • A questo punto Emma diventa addirittura ribelle: "Le buone monache, avendo tanto sperato nella sua vocazione, s'accorsero profondamente stupite che la signorina Rouault sembrava sfuggire alla loro cura. In verità, esse l'avevano così assediata con le funzioni sacre, i ritiri, le noverne, i sermoni [...] che lei fece come i cavalli tirati troppo per le briglie: di colpo si fermò e il morso le uscì dai denti. Quella mente, concreta nei suoi entusiasmi, che aveva amato la chiesa perché adorna di fiori, la musica per le parole delle romanze, e la letteratura quando dava esaltazioni passionali, si ribellava davanti ai misteri della fede, mentre s'irritava ancor di più contro la disciplina, antipatica alla sua natura."
  • Emma spesso sfoga le sue frustrazioni sui servi, tanto che arriva persino a licenziare una domestica senza motivo, e che era anche fidata e cara a Charles. Più tardi la vedremo prendersela anche con la sua bambina (quindi si sfoga sui più deboli... che infame!), in un comportamento che ritengo imperdonabile nonostante possa capire come si senta (probabilmente quest'empatia è nata perché l'autore riesce benissimo a rendere la protagonista realistica).
  • Emma aveva altissime aspettative anche nei confronti di Charles in quanto uomo: si direbbe che sono stati i libri a illuderla, un po' come le principesse Disney hanno fatto con la mia generazione! Ecco una frase d'esempio: "Non sapeva nuotare, né fare di scherma, né usare la pistola, e non fu buono di spiegarle, una volta, un termine d'equitazione che lei aveva trovato in un romanzo. Un uomo non doveva forse, al contrario, conoscere tutto, primeggiare in attività molteplici, iniziarvi alle energie della passione, alle raffinatezze dell'esistenza, ad ogni mistero? Ma non insegnava niente, quello lì, non sapeva niente, non sperava niente. La credeva felice; ed essa gli serbava rancore per quella calma così comodamente seduta, per quella pesantezza serena, per la gioia stessa che egli aveva da lei".
  • Emma e la madre di Charles: "Emma accettava queste lezioni; la signora Bovary ne era prodiga; e le parole figlia mia e madre mia s'avvicendavano per l'intera giornata, accompagnate da un piccolo fremito delle labbra, mentre l'una e l'altra si gettavano dolci frasi con la voce tremante di collera". Tipico rapporto nuora/suocera!
  • Dalle aspettative nasce la delusione ("la noia, ragno silenzioso, tesseva la sua tela nell'ombra, in ogni angolo del suo cuore"), e dalla totale incapacità di Charles di comprendere i suoi sentimenti (forse perché non ne parla affatto?) e da questa sua indifferenza, nasce un rancore sempre più aspro, tanto che Emma arriva a non sopportare più nulla del marito, infastidita persino per come mangia, per come veste... pure quando la tocca! La situazione precipita la sera in cui la coppia è invitata a cena e a ballo in un castello, circondati dal lusso e da gente ricca. Qui Emma è addirittura affascinata dal suocero del marchese, rozzissimo, che mangia scomposto a capotavola, solo perché "Aveva condotto una vita di scandali e dissolutezze, piena di duelli, di scommesse, di donne rapite, aveva divorato il suo patrimonio e sparso panico nell'intera famiglia. [...] Era vissuto a Corte e aveva dormito nel letto delle regine!"
  • Il ballo col visconte ha fatto sognare anche me: "Cominciarono lentamente, poi andraono più rapidi e volteggiavano: tutto volteggiava intorno a loro, le lampade, i mobili, il legno delle pareti, e il pavimento, come un disco che ruoti su un perno. La veste di Emma, nel basso, s'avvolgeva intorno ai pantaloni di lui; le gambe dell'uno entravano fra le gambe dell'altra; egli chinava su di lei gli occhi, essa allora i suoi a lui; la prendeva un senso di torpore..." Da qui avrei creduto che l'inciucio di Emma sarebbe stato con lui, invece...
  • Come dicevo, la serata del ballo cambia Emma ancor più: "Il viaggio alla Vaubyessard aveva aperto nella sua vita una spaccatura, come quei gran catreri che la tempesta, in una sola notte, spalanca le montagne. Tuttavia si rassegnò: chiuse devotamente nel cmò il suo bell'abito e anche le scarpe di raso, le cui suole s'erano ingiallite alla cera scivolosa del paviemento. Il suo cuore era come loro: allo strofinio della ricchezza, vi si era posato sopra qualcosa che non sarebbe sparito mai più." 
  • Dopo aver passato tanto tempo a ricordare ogni giorno passato da quel ballo, Emma si fissa su Parigi arrivando a comprare una piantina della città e fingendo di passeggiare per le strade; la sua diventa un'ossessione perché si abbona pure alle riviste per avere tutte le notizie (prime teatrali, corse, serate, esordi di cantanti e apertura nuovi negozi), concretizzando nella sua mente quel sogno di vivere lì.
  • In questo preciso estratto mi è sembrato di vedere affacciarsi il pensiero dell'autore: "Confondeva, nel suo desiderio, la sensualità del lusso con le gioie del cuore, l'eleganza delle abitudini e le delicatezze del sentimento. Non erano forse necessari all'amore, come alle piante indiane, terreni preparati, una temperatura particolare?"
  • L'insofferenza di Emma, alla fine, sembra condurla in uno stato di depressione: "Abbandonò la musica. Perché suonare? Chi l'avrebbe ascoltata? [...] Lasciò dentro l'armadio le cartelle da disegno e i ricami a piccolo punto. A che scopo? A che scopo? Il cucito la irritava. "Ho letto tutto", si diceva. E se ne stava ad arroventare le molle del camino, oppure guardava cadere la pioggia." In seguito diventa capricciosa, poi generosa col prossimo; il suo è uno stato d'animo altalenante. 
  • Finalmente Charles s'accorge che qualcosa non va e decide per il loro trasferimento nel grosso borgo chiamato Yonville-l'Abbaye, da poco rimasto senza medico; Emma è incinta.
  • Yonville non è come se l'aspettava: anch'esso è privo di attrattive e la comunità è piccola. Ma presto Emma conosce Léon, un giovane di vent'anni con cui ha moltissimo in comune, a partire dall'amore per la musica a quello per i libri; persino per Parigi!
  • Anche Léon è subito colpito da Emma, e leggiamo anche il suo punto di vista, di lui che, timido, non aveva mai parlato così con una ragazza.
  • Un personaggio dai modi furbi è il farmacista Homais, che s'ingrazia i Bovary perché ha uno scheletro nell'armadio (non ha mai studiato per la professione, dunque non ha l'abilitazione ed esercita comunque!) e di lui mi ha colpito in particolare come si esprime nei confronti della chiesa: "Ho una religione, la mia religione, e anzi ne ho più di tutti loro, con tutte quelle loro smorfie e pagliacciate! Adoro Dio, al contrario! Credo nell'Essere Supremo, in un Creatore, quale che sia non importa, che ci ha messo quaggiù per adempiere ai nostri doveri di cittadini e padri di famiglia, ma non ho bisogno di andare in una chiesa, a baciare piatti d'argento e a ingrassare di tasca mia un sacco di buffoni che mangiano meglio di noi! Perché si può dargli onore altrettanto bene in un bosco, in un campo, o anche contemplando la volta eterea, come gli antichi!" Che voce fuori dal coro; che moderno!
  • Nel frattempo, Emma spera di partorire un maschio ("Un uomo, almeno, è libero; può percorrere le passioni e i paesi, attraversare gli ostacoli, mordere alle gioie più lontane. Ma a una donna è proibita costantemente ogni cosa. Inerte e flessibile al tempo stesso, ha contro di sé le debolezze della carne, e insieme le sottomissioni alla legge. La sua volontà, come il velo del suo cappello trattenuto dai nastri, palpita a tutti i venti; sempre qualche desiderio la investe, qualche convenzione la raffrena...") ma le nasce una femmina.
  • L'episodio con la balia che fa di tutto per spillare qualcosa di più da Emma...!
  • Se Léon comincia a pensare di farle una dichiarazione ma si trattiene perché si sente in colpa per il signor Bovary che è anche un buon uomo. Dal canto suo, Emma "non s'interrogò se medesima per sapere se lo amava. L'amore, pensava, doveva sopravvenire improvviso, con gran lampi e folgorazioni: - uragano dei cieli che cade sulla vita, la sconvolge, strappa via le volontà come folie  e trascina nell'abisso l'intero cuore. Non sapeva che, sulle terrazze delle case, la pioggia forma dei laghi allorché le grondaie sono ostruite, e sarebbe rimsta così, in piena sicurezza, quando a un tratto scoperse una crepa nel muro".
  • Arriva, a questo punto, la consapevolezza di quel sentimento: "Quella veste dalle pieghe rigide nascondeva un cuore sconvolto, e quelle labbra così pudiche non ne raccontavano le tempeste. Era innamorata di Léon, e cercava la solitudine per deliziarsi più liberamente della sua immagine. La vista della sua persona turbava la voluttà di quella meditazione. A Emma palpitava il cuore al suono dei suoi passi; poi, in sua presenza, l'emozione cadeva, e le restava solo un immenso stupore, che finiva in tristezza. [...] Ma più Emma s'accorgeva del proprio amore, e più lo reprimeva, perché non si vedesse, e per diminuirlo."
  • La parte in cui ho provato compassione per Emma è stata quando lei va dal prete in cerca di conforto e lui nemmeno la ascolta; si distrae in continuazione e non le da importanza perché occupato a rimproverare i ragazzini. Quando lei gli confida di stare male e di soffrire, lui sminuisce la cosa e l'attribuisce al tempo!
  • E' proprio dopo questa mancata confessione che Emma spinge via la bambina, che cadendo si fa male, ed Emma mente dicendo che la piccola si è fatta male da sola, giocando... quando la guarda dormire, Emma non prova nemmeno tenerezza e se ne esce così: "E' una cosa strana, - pensava Emma, - com'è brutta questa bambina!"
  • Poco dopo, l'ennesima delusione: Léon parte per Parigi. Nessuno dei due riesce a dichiararsi, nonostante la chiarissima tentazione di lasciarsi andare.



Cosa ne pensate dei miei appunti?
Vi hanno fatto venir voglia di leggere questo classico?
Fatemi sapere nei commenti!
Ora, io ho un'edizione presa in edicola diversi anni fa, ma c'è scritto che è tratta dall'edizione Einaudi, perciò vi lascio il link per l'acquisto della mia medesima traduzione (a cura di Natalia Ginzburg):



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